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mercoledì 27 giugno 2012

I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. (Parte seconda)


A cura di Maria Carannante


L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso. Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati. L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.

Questa è la seconda delle tre parti in cui è diviso l’articolo.

La prima parte, è disponibile al seguente link: I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. Parte prima.

5 - Quanto è stato stanziato?

148.243,132 miliardi di Lire correnti o 340.271,765 milioni di Euro a prezzi concatenati al 2008 dal 1951 al 1993, comprensivi degli sgravi contributivi. [12] Ma scritto così significa ben poco. Facendo riferimento alle quantità effettivamente erogate ogni anno è possibile calcolarne l’incidenza sul PIL, riportate nel seguente grafico.

Incidenza sul PIL dell’intervento straordinario. Anni 1951 - 1993. Elaborazione mia. [12]

Come precedentemente scritto, la prima fase di intervento riguardava solo gli investimenti diretti nel Mezzogiorno, quindi sono gli unici ad essere considerati fino al 1967. Come si può notare gli investimenti superano l’1% del PIL solo in un anno, il 1975 (1,23%), anno in cui anche la spesa totale per l’intervento straordinario raggiunge il massimo, con l’1,73% del PIL. Nei due anni successivi la spesa per investimenti sfiora l’1%, così come nel 1954. L’andamento della serie appare stazionario attorno alla sua media dello 0,73% circa.
La spesa per gli sgravi fiscali ha invece un andamento crescente, partendo dalla mastodontica cifra dello 0,01% del PIL erogata nel 1968, ma che non raggiunge mai lo 0,6% del PIL.
Infine il totale ha un andamento stazionario attorno alla sua media dell’1% circa, e le cui oscillazioni sono influenzate da quelle degli investimenti, con cui condivide il massimo, e le elevate osservazioni immediatamente successive, in cui raggiunge l’1,49% del PIL.
C’è da sottolineare che non si tratta di spesa aggiuntiva, come ha denunciato più volte la Corte dei Conti.3 Per tutta la loro esistenza, la Cassa prima e l’Agensud poi sono stati gli unici enti ad erogare fondi atti allo sviluppo del Mezzogiorno, in assenza di una politica ordinaria di spesa di cui lo Stato avrebbe dovuto farsi carico, in aggiunta e in completa indipendenza da questi enti. [12]
Per avere un’idea dell’effettiva magnitudo di quanto investito è doveroso citare un articolo di Pasquale Saraceno, relativo alla prima fase di preindustrializzazione:

Da tempo si è […] mostrato che il valore economico della protezione consentita dagli incentivi è inferiore a quello della protezione doganale al cui riparo è sorta l’industria delle regioni nord-occidentali del Paese. E notisi che quella industria ha fruito di altri benefici: i profitti straordinari consentiti dalle commesse belliche conseguenti alle due grandi guerre e poi il pratico annullamento dei debiti delle imprese reso possibile dalle due inflazioni postbelliche. E ciò non è neppure bastato: per il sostegno del sistema industriale che si andava formando sono infatti occorsi anche i ripetuti salvataggi industriali effettuati nel ventennio tra le due guerre, un tipo di intervento che è poi continuato anche dopo l’ultima guerra, con un ritmo e per entità che non trovano esempi nel resto del mondo occidentale. A fronte di questa vicenda si collocano i 1.100 miliardi, in lire 1972, di contributi in conto capitale impegnati e ancora in parte non erogati all’industria meridionale a tutto il 1974. Si tratta di un importo probabilmente minore dei sopraprofitti di una sola delle due guerre conseguiti dalle industrie del triangolo; lo stesso può dirsi per ciascuna delle due inflazioni belliche di cui hanno beneficiato gli investitori in impianti industriali del tempo che, come era normale, si fossero largamente finanziati con prestiti bancari. Non vi è modo ovviamente di procedere a valutazioni anche approssimate di tali benefici. Questa possibilità esiste però nei riguardi dei salvataggi bancari: la perdita assunta dallo Stato a seguito dei salvataggi bancari effettuati dopo la prima guerra mondiale fino all’operazione di risanamento effettuata dall’IRI nel 1934 è stata valutata in 10,5 miliardi del tempo, importo che si può far corrispondere a 1.400 miliardi del 1972. I contributi in conto capitale dati all’industria meridionale durante tutto l’intervento straordinario, ammontanti come detto sopra a 1.100 miliardi, sono dunque inferiori al costo dei soli salvataggi bancari, un costo, notisi, sopportato da una economia italiana certo molto più povera di quella odierna.” [13]
Pur non potendo stimare le quantità, di certo non è stato solo il Mezzogiorno ad usufruire dell’intervento pubblico per l’industrializzazione.4 L’area del Nord Ovest fu, fino agli anni ‘60 del secolo scorso, l’unica in cui ci fosse una notevole presenza del settore secondario. Per questo motivo fu l’unica area che poté godere di tutte le politiche di incentivi e protezione doganale. E di certo gli interventi a favore dell’industria padana non cessarono con l’avvio della politica di intervento del Mezzogiorno. Per poterlo affermare serenamente è sufficiente contare tutte le volte in cui si è evitato il fallimento della FIAT.

6 - Fu un intervento di programmazione dall’alto.

Si distingue, all’interno delle politiche di sviluppo, lo sviluppo dall’alto e losviluppo dal basso, il primo realizzato attraverso politiche standardizzate e controllate da organismi centrali, l’altro, invece, realizzato attraverso politiche di incentivi generalizzati atti a favorire la natalità e la competitività delle imprese locali. [3]
Durante i quarant’anni dell’intervento straordinario si sono alternate fasi di sviluppo dall’alto e dal basso [3]:

  • La fase di preindustrializzazione è stata una politica di sviluppo dall’alto, essendo stata realizzata attraverso una serie di investimenti stabiliti dalla Cassa;
  • La fase degli incentivi è stata una politica di sviluppo dal basso;
  • La fase dell’industrializzazione esterna è stata una politica di sviluppo dall’alto, in quanto le scelte relative alla localizzazione delle imprese pubbliche erano prese a livello centrale;
  • La fase di sviluppo assistito è stata una politica di sviluppo dal basso.
Il ritorno allo sviluppo dall’alto nella terza fase dell’intervento, non fu legato al fallimento della politica dello sviluppo dal basso, piuttosto alla pressione esercitata dalla classe imprenditoriale del Nord per limitare lo sviluppo del Mezzogiorno:

Che gli industriali del Nord favorissero […] lo sviluppo dall’alto è[…] chiaro solo se si consideri che lo sviluppo dall’alto favorisce le grandi imprese e che le grandi imprese settentrionali hanno interesse […] che al Sud non cresca un tessuto ricco di imprese industriali che faccia ad esse concorrenza; e hanno interesse, pertanto, che siano esse a «conquistare» i mercati del Sud, e non siano invece le imprese meridionali a sottrarre ad esse mercati.” [3]
Lo sviluppo dall’alto, inoltre, è una politica di intervento che richiede un notevole intervento discrezionale da parte dell’amministrazione pubblica. È stato infatti proprio nelle due fasi dello sviluppo dall’alto, in particolare quella dell’industrializzazione esterna, che si sono verificate tutte le inefficienze legate all’ingerenza della classe politica nella politica industriale, quali la creazione di clientele e di favoritismi elettorali. Ciò garantì il consenso di questo tipo di intervento anche da parte degli esponenti politici locali, in una logica di convenienza personale e di classe a scapito dell’interesse pubblico. Grazie all’accordo tra la classe industriale del Nord e la classe politica del Mezzogiorno, l’intervento straordinario divenne uno strumento di consenso politico piuttosto che di sviluppo delle aree depresse. [3]

7 - Ha apportato maggior crescita economica al Nord che al Sud.

Il condizionamento della classe imprenditoriale del Nord delle scelte di intervento per lo sviluppo del Mezzogiorno ha comportato una distorsione della natura dello stesso tale da apportare, nel lungo periodo, maggiori vantaggi al Nord rispetto al Sud.
La SVIMEZ, già nelle stime preliminari relative alla fase di preindustrializzazione, aveva previsto che gli effetti dell’intervento, così come definiti, sarebbero stati maggiormente favorevoli per il Nord.

La Svimez, applicando la teoria del moltiplicatore agli investimenti previsti per il primo biennio, era giunta alla conclusione che la spesa della Cassa avrebbe generato una domanda di beni di investimento e di consumo pari al 69% del suo ammontare; sarebbe avvenuta la localizzazione al Nord del 55% dei consumi, del 118% dei risparmi, del 51% dei tributi (indiceSud=100). L’incremento del reddito sarebbe stato più alto al Sud solo nel primo ciclo, mentre già al quinto ciclo sarebbe stato più alto al Nord” [11]
Questa fase che, come riportato in precedenza, ha determinato la creazione di un mercato di consumo nel Mezzogiorno il quale, unito alla emigrazione di massa, legata sostanzialmente allo spopolamento delle zone rurali, fece da traino al “miracolo economico5 verificatosi nel Centro - Nord nel decennio successivo. [14] Le politiche della prima fase di intervento, infatti, furono collocate nell’ottica dell’urbanizzazione dell’area e dell’abbandono delle campagne al fine di colmare lo squilibrio esistente nel mercato del lavoro. E poco importava la totale assenza di industrie nei centri urbani. Il fine dell’intervento era il raggiungimento della piena occupazione, che si poteva realizzare in entrambe le aree che formavano l’economia dualistica attraverso l’emigrazione di massa. [15] Pur non volendo enfatizzarne il ruolo si può affermare che il vero miracolo del Nord sia stato l’istituzione della Cassa.
Ma non è tutto. Le opere pubbliche, piccole o grandi che siano, devono essere realizzate da imprese private. E di certo le opere di preindustrializzazione del Mezzogiorno non erano realizzabili da imprese locali, semplicemente perché esse non esistevano.
Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, quindi, rappresentarono una ghiotta occasione di crescita per le imprese del Nord le quali, oltretutto, ebbero la possibilità di ottenere i finanziamenti senza gara d’appalto e di essere esonerate dall’obbligo di spendere l’intero importo erogato per la realizzazione dell’opera. [14] L’eccesso di discrezionalità da parte della Pubblica Amministrazione, a queste condizioni, appare evidente. Esse avevano la possibilità di scegliere arbitrariamente l’importo da erogare, le imprese appaltatrici e la localizzazione delle infrastrutture. Ciò ha comportato la nascita di opere inutili, quando completate, a costi abnormi e localizzate in ragione di convenienza politica.
Relativamente agli incentivi, nel seguente grafico sono riportati i valori medi per regione della ripartizione negli anni dal 1953 al 1970.

Incentivi. Valori medi per anno e regione. Anni 1953 - 1970. Elaborazione mia. [16]

Dal grafico è possibile notare un aumento nel tempo dell’erogazione degli incentivi per tutte le ripartizioni, ma, in tutti gli intervalli di tempo considerati, le imprese situate nel Nord - Ovest ne hanno usufruito in misura maggiore rispetto al resto del Paese.
In particolare nel primo periodo gli incentivi erogati mediamente in questa ripartizione furono in misura più che doppia rispetto alle altre ripartizioni. Nel secondo periodo, che indica il passaggio dalla prima alla seconda fase dell’intervento straordinario, ci fu un livellamento delle proporzioni degli incentivi nelle varie ripartizioni. Nel terzo intervallo di tempo considerato, infine, ci fu un nuovo dislivello a favore del Nord - Ovest e del Mezzogiorno, anche se in misura minore per quest’ultimo.
Quindi, anche sotto questo aspetto, è l’area del Nord - Ovest ad aver usufruito maggiormente delle politiche di intervento pubblico a favore dello sviluppo. Infatti nonostante nel Mezzogiorno si applicarono tassi di interesse agevolati, le imprese dell’area godettero di una quantità modesta di incentivi.6 Ciò era dovuto sostanzialmente alla delega alla Cassa di tutte le politiche di intervento, che permise all’amministrazione centrale di occuparsi quasi esclusivamente delle altre ripartizioni. [16]




Fonte: Unblognormale


Riferimenti:

[12] Soriero, G., “È stato giusto chiudere l’intervento straordinario? Alcune riflessioni sul dibattito parlamentare e culturale.”, in “Nord e Sud a 150 anni dall’Unità di Italia”, SVIMEZ, Roma, Marzo 2012.
[13] Saraceno, P., “È ancora valida la concezione del meridionalismo apparso nell’ultimo dopoguerra?”, in “Rivista Apulia, numero III - 75”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Luglio 1975.
[14] Redazione, “60 anni fa nasceva la CasMez un provvedimento proSud che ha fatto straricco il Nord.”, su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’8 Agosto 2010.
[15] Vita, C., “I modelli dualistici di sviluppo e il dibattito sul Mezzogiorno.”, in Realfonzo, R., Vita, C., “Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa.”, Franco. Angeli, Milano 2006.
[16] Spadavecchia, A., “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s – 1993. Where did the subsidies flow?”, in “University of Reading Working Paper No. 48. Sutcliffe, B.”, 2004.

3 Nella “Relazione sul Rendiconto generale dello Stato” del 1992 la Corte dei Conti fa notare di averlo già denunciato in precedenza.
4 Spesso si asserisce che la quota di investimenti destinata al Centro - Nord nel periodo dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno sia stata in media del 35% del PIL. Devo ammettere che non mi convince. Sebbene sia vero che in quel periodo si sia fatto un ampio ricorso all’indebitamento, ciò equivale ad affermare che la quasi totalità del gettito fiscale sia stata utilizzata per le spese in conto capitale.
Per gli anni dal 1996 al 2009 le spese in conto capitale sono state contabilizzate dal Dipartimento del Tesoro per adempiere ad obblighi a livello europeo. Da esse risulta che la spesa per investimenti e incentivi è stata in media del 2,78% del PIL nel Centro - Nord e dell’1,13% del PIL nel Mezzogiorno. In proporzione la spesa è stata del 29% nel Mezzogiorno e del 71% nel Centro - Nord. Volendo mantenere le stesse proporzioni per il periodo dell’intervento straordinario, si può assumere che nel Centro - Nord la spesa sia stata in media del 2,5% del PIL.
La quota del 35% è più probabilmente relativa agli investimenti fissi lordi, ovvero gli investimenti privati che concorrono alla formazione del PIL.
5 A proposito, sapevate che l’espressione “miracolo economico” fu coniata da una giornalista di The Economist che trovò lo sviluppo del Centro - Nord inspiegabile?
6 In media, nel periodo dal 1953 al 1970, la proporzione di incentivi sul totale per il Mezzogiorno fu del 30,5%. Una quota maggiore rispetto al Nord Est e al Centro, ma inferiore al peso demografico dell’area, intorno al 35%.

martedì 26 giugno 2012

I dieci punti sull’intervento straordinario che non avevate mai osato chiedere. (Parte prima)

Ricevo e posto quest'interessante articolo sull'economia e sugli interventi straordinari correlati alla "questione meridionale", in cui i termini "meridionalismo classico" e "nuovo meridionalismo" si riferiscono a due approcci economici differenti...

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A cura di Maria Carannante
Fonte: Unblognormale

L’intervento straordinario per lo sviluppo delle aree depresse è stato lo strumento di politica economica di maggior interesse del secolo scorso. Durato quarant’anni e frutto dell’influenza del pensiero economico e delle condizioni socio - economiche non solo italiane, ma anche dell’Europa e degli USA di quel periodo, è di certo oggetto di un acceso dibattito che sembra non essersi ancora concluso.

Cresciuto insieme alla questione meridionale, anche se non è nato con essa, si è radicato nei ricordi attraverso giudizi poco veritieri e poco documentati.
L’articolo tenta di fare luce su alcuni punti più o meno conosciuti in modo rendere più trasparenti finalità, esecuzione ed effetti dell’intervento. L’articolo non si pone obiettivi di esaustività, rimandando a fonti più autorevoli, ma di mettere in discussione alcuni assiomi che sono nati sul tema.1
Esso è suddiviso in dieci punti ed è riportato in tre parti per semplificarne la lettura.

1. Determina il punto di rottura tra il meridionalismo classico e il nuovo meridionalismo:

Si definisce nuovo meridionalismo la corrente di pensiero nata nel dopoguerra e si distingue dal pensiero meridionalista fino ad allora adottato e definito classico perché ha introdotto l’importanza del coinvolgimento delle classi dirigenti del Nord allo sviluppo del Sud. In altri termini, secondo la nuova corrente, la convergenza economica delle due aree non può prescindere dalla convergenza politica.

Nel meridionalismo classico sono identificabili fondamentalmente due posizioni; secondo la prima il meccanismo di mercato porterà al superamento della situazione di dualismo e l’azione pubblica potrà facilitare quel superamento, senza che occorra far ricorso a misure che non siano proprie di quel meccanismo. L’altra posizione ha come presupposto che sia di importanza pregiudiziale, per il progresso del nostro Paese, un mutamento radicale o addirittura rivoluzionario degli equilibri politici e dell’ordinamento dello Stato; in un quadro profondamente mutato, i problemi del Paese, inclusa tra essi la questione meridionale, si sarebbero presentati in termini ovviamente del tutto nuovi e in quei termini essi sarebbero stati affrontati. Sembra evidente che le due opposte posizioni hanno come comune caratteristica un limitato interesse per l’identificazione di processi che, una volta avviati nel sistema di rapporti esistente, concorressero alla unificazione economica e sociale del Paese.” [1]
Il nuovo meridionalismo si pone in linea con due filoni di pensiero che hanno caratterizzato gli anni del dopoguerra e in contrapposizione con gli studi finora presentati sulla questione meridionale: il primo è il modello economico keynesiano, che prevedeva un intenso intervento pubblico per lo sviluppo, l’altro è il sistema politico bipolare, che ha portato alla creazione delle sfere di influenza e che ha condizionato il ripristino dei confini precedenti al 1943 onde evitare l’isolamento degli stati italici che altrimenti sarebbe avvenuto.
Il pensiero neomeridionalista fu sintetizzato da Pasquale Saraceno in due proposizioni: secondo la prima la questione meridionale era una questione nazionale e lo stato italiano non poteva esimersi dalla sua risoluzione, secondo l’altra la condizione necessaria, ma non sufficiente, per il superamento della questione meridionale era l’industrializzazione del Mezzogiorno. Ne conseguiva che lo stato italiano avrebbe dovuto farsi carico dell’industrializzazione del Mezzogiorno per garantire la sua stessa sopravvivenza. [2]
È l’incontro tra queste due correnti che permise la definizione dell’intervento straordinario. Esso, infatti, fu presentato come uno strumento di politica economica finalizzato all’intensificazione e modernizzazione del settore agricolo, alla nascita del settore industriale e allo stimolo di una domanda che potesse far fronte all’offerta così creatasi.

2. È stato realizzato attraverso quattro fasi distinte:

I quarant’anni dell’intervento straordinario possono essere approssimativamente essere suddivisi in quattro fasi: [3]
  • La prima fase, relativa all’istituzione della Cassa e allo Schema Vanoni, che ha previsto sostanzialmente gli investimenti per la preindustrializzazione delle aree depresse;
  • La seconda fase, cominciata alla fine della programmazione prevista dallo Schema Vanoni e finita negli anni ‘70, che ha previsto un notevole aumento degli incentivi per l’industrializzazione delle aree depresse;
  • La terza fase, dell’industrializzazione esterna, caratteristica degli anni ‘70 e ‘80, che ha previsto la nascita di insediamenti industriali “programmati” nell’area. Si tratta della politica dei poli di sviluppo.
  • La quarta fase, dello sviluppo assistito, istituita nella metà degli anni ‘70 fino alla chiusura dell’intervento straordinario, limitata al sostegno dei redditi delle famiglie.
L’intervento straordinario è stato legato principalmente due organismi “centrali”. Il primo è la Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale, un ente pubblico con sede a Roma con lo scopo di coordinare la gestione delle risorse finalizzate allo sviluppo, l’altro è Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), privata senza fini di lucro, con sede a Roma e con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo nel Mezzogiorno.
Il primo intervento pubblico gestito dalla Cassa fu lo Schema di sviluppo della occupazione e del reddito del decennio 1955 - 1964, noto anche come Schema Vanoni, redatto dalla SVIMEZ e che ha introdotto per la prima volta la necessità di un intervento programmatico di sviluppo. In particolare, esso era basato sull’idea che:
Lo squilibrio Nord - Sud veniva a costituire una delle principali manifestazioni di inefficienza del sistema economico italiano.” [4]
E gli investimenti, così come predisposti fino ad allora, rappresentavano un’inefficienza dell’intervento pubblico, che dovevano essere ridefiniti in un’ottica di industrializzazione del Mezzogiorno, ripartendo la spesa per la creazione di un’economia autopropulsiva nella misura del 48% al Sud e del 52% al Nord.
La novità introdotta dallo schema Vanoni fu sostanzialmente quella di considerare il Mezzogiorno in un’ottica sistemica rispetto allo stato italiano, abbandonando quell’idea di indipendenza della questione meridionale dagli obiettivi di politica economica dello stato italiano che ha caratterizzato gli interventi fino ad allora. [5]
Lo Schema Vanoni si è posto come obiettivo quello di indirizzare la spesa pubblica all’incremento della quota dei redditi privati destinata al risparmio e all’investimento piuttosto che al consumo per un periodo medio - lungo, indicato nello schema stesso in dieci anni [6]. I limiti di questo approccio risultarono evidenti dal punto di vista del pensiero neomeridionalista, secondo cui esso appariva come un mero esercizio macroeconomico che non poteva essere d’aiuto all’industrializzazione dell’area. [6]

Per questa ragione si è ritenuto necessario intervenire direttamente nel processo di industrializzazione, attraverso politiche di incentivi prima e la localizzazione di imprese pubbliche poi al fine di stimolare la nascita di distretti industriali formati da piccole e medie imprese.
Gli incentivi avevano sostanzialmente lo scopo di proteggere le imprese meridionali dall’invasione delle imprese del Centro - Nord che operavano in condizioni vantaggiose rispetto ad esse, i poli di sviluppo invece di sollecitare la nascita di sistemi distrettuali di piccole imprese. [6]
La crisi di questa fase di intervento si fece sentire presto: le ragioni del fallimento della politica di industrializzazione esterna erano sostanzialmente legate a scelte di investimento sbagliate. Sono state privilegiate grandi imprese ad alta intensità di capitale, che non hanno attenuato il problema della disoccupazione e il relativo fenomeno migratorio nell’area, con impianti spesso sottodimensionati e localizzati più in funzione di convenienza politica che di effettive opportunità di sviluppo. [7] A ciò bisogna aggiungere che gran parte delle imprese che si insediarono nel Mezzogiorno mantennero i rapporti con le case madri ed erano di fatto gestite da esse. Ciò ha impedito la creazione di un adeguato capitale umano nel Mezzogiorno e la gestione dei poli avveniva privilegiando gli interessi dell’area di origine. [7]

La crisi dei poli di sviluppo è stata poi accentuata dallo choc petrolifero, dal malcontento della gestione delle risorse pubbliche e dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario che hanno portato, nel 1984, alla chiusura della Cassa, sostituita due anni dopo dall’Agenzia della promozione dello sviluppo del Mezzogiorno (Agensud), con il compito di erogare incentivi ed approvare piani di investimento proposti dai neonati enti locali. [8] L’istituzione dell’Agensud aveva infatti lo scopo di affidare a livello locale il compito di promuovere lo sviluppo, attraverso una programmazione specifica per ogni singola regione.
In realtà questa fase dell’intervento straordinario ha messo in luce le difficoltà di comunicazione tra le istituzioni di diverso livello: le regioni si dimostrarono incapaci di gestire le risorse straordinarie a disposizione né fu data loro la possibilità di partecipare davvero alla programmazione, rimasta nelle mani dell’amministrazione centrale. [8]
Di conseguenza, le politiche attuate in quest’ultima fase di intervento furono sostanzialmente di sostegno dei redditi delle famiglie. [3]
L’intervento straordinario venne chiuso nel 1992, a causa principalmente delle politiche di revisione dei conti pubblici richieste per l’ingresso nel mercato unico europeo. La chiusura dell’intervento straordinario ha determinato una notevole riduzione della spesa pubblica nell’area che ha inevitabilmente causato la contrazione dei redditi delle famiglie, essendo venuto meno il sostegno su cui fino ad allora avevano contato. [9]

3. È stato possibile grazie all’appoggio degli organismi internazionali:

L’intervento straordinario è stato in larga parte ispirato alla New Deal, applicata negli Stati Uniti per far fronte alla grande depressione del 1929. In particolare la Cassa ricorda la Tennessee Valley Authority voluta da Roosvelt per incentivare lo sviluppo della valle del Tennesse. L’idea di fondo in entrambi i casi è stata la creazione di un unico ente che coordinasse sia gli interventi di modernizzazione del settore agricolo che quelli di sviluppo industriale atti a stimolare la crescita economica delle aree in forte ritardo con lo sviluppo. In Italia ci fu comunque una precedente esperienza di questo tipo tramite la costituzione dell’IRI. [10]
Per la realizzazione della prima fase dell’intervento, inoltre, ci fu il coinvolgimento della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo(BIRS), con un duplice scopo: il primo era quello di assicurarsi la creazione di un piano di sviluppo preciso ed efficace, l’altro era il consolidamento dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. [11]
L’intervento della BIRS fu visto in un’ottica di prolungamento del Piano Marshall limitatamente alle aree in ritardo con lo sviluppo e, tramite precedenti accordi con la SVIMEZ, esso si realizzò, oltre che con il finanziamento delle singole opere realizzate, con la messa in circolazione di dollari a supporto della crescita dei consumi e delle importazioni di materie prime. Ciò permise all’Italia anche di poter essere competitiva nelle esportazioni. [11]
Dal canto suo, la BIRS trovò conveniente poter prendere parte alle decisioni del più grande e attraente piano di sviluppo regionale del mondo, così come fu definito in uno dei suoi rapporti, pur contribuendo in misura minima al progetto, ovvero per circa un decimo del totale dell’importo da stanziare. [11]

4. È stata un’iniziativa proposta e approvata sia dagli studiosi del nuovo meridionalismo che dalle classi dirigenti del Nord:

La fondazione nel 1946 della SVIMEZ può essere vista come l’incontro tra il neomeridionalismo, rappresentato da Rodolfo Morandi, e le politiche di industrializzazione, rappresentate da Pasquale Saraceno. [11]
La politica della SVIMEZ si opponeva fortemente alla visione padano - centrica adottata dal primo IRI [2]. Nonostante ciò, la nascita dell’associazione non interessò solo gli USA, che intervenne attraverso i finanziamenti del Piano Marshall e la BIRS, ma anche la classe imprenditoriale del Nord, che vide nell’industrializzazione del Mezzogiorno un’opportunità per la modernizzazione dell’economia di tutto il Paese, così come auspicato dagli economisti neomeridionalisti. Alla costituzione della SVIMEZ, infatti, parteciparono anche le grandi imprese del triangolo industriale.

Alla SVIMEZ si associarono immediatamente, oltre alla Banca d’Italia e alle principali banche nazionali, la Confindustria, la Federconsorzi, tutte le imprese IRI e le principali imprese private italiane, tra cui la FIAT, la Montecatini, la Breda, la Pirelli, la Innocenti, la Olivetti, nonché il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, e alcune camere di commercio, consorzi di bonifica, banche e imprese locali.” [11]
Era l’intera economia italiana, infatti, ad essere in seria difficoltà nel dopoguerra. Il Nord, nonostante le migliori condizioni economiche che poteva vantare rispetto al Sud, era notevolmente arretrato rispetto all’Europa occidentale e gli USA. L’economia italiana ristagnava dagli inizi del XX secolo e le prospettive di crescita erano misere senza un’adeguata politica di sviluppo per tutto il Paese. Era quindi la crescita del reddito nazionale il vero obiettivo posto dall’intervento straordinario. [11]
L’intervento straordinario, quindi, divenne un accordo tra la classe imprenditoriale del Nord e gli economisti neomeridionalisti, che diede vita ad un piano di interventi che non ledesse gli interessi dei primi. La classe imprenditoriale del Nord aveva infatti interesse al mantenimento del dualismo che caratterizzava l’economia italiana e auspicava uno sviluppo nel Mezzogiorno che si limitasse al settore terziario, in modo da poter invadere il mercato che si sarebbe venuto a creare con il proprio settore secondario. [3]
Ciò si realizzò attraverso la separazione della fase degli investimenti in infrastrutture da quella dell’industrializzazione ha permesso alle imprese del Nord di insediarsi al Sud.

L’aver creato al Sud prima le infrastrutture e poi le industrie […]ha fatto sì che il processo moltiplicativo alimentato dalla spesa per opere pubbliche al Sud ha favorito l’industrializzazione al Nord, perché la maggior domanda di prodotti industriali dei meridionali dovuta alla spesa pubblica, non avendo trovato un’offerta di prodotti industriali al Sud, è rifluita al Nord, alimentando […] il dualismo.” [3]
Il successivo insediamento delle imprese pubbliche nel Mezzogiorno non è stato sufficiente allo sviluppo dell’area, dato che le neonate imprese locali non riuscirono comunque a reggere la concorrenza delle imprese del Nord.2


Riferimenti:

[1] Saraceno, P., “Il nuovo meridionalismo.”, in “Quaderni del trentennale 1975 - 2005”, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, 2005.
[2] Saraceno, P., “Morandi e il nuovo meridionalismo.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 81”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1981.
[3] Jossa, B., “Il Mezzogiorno e lo sviluppo dall’alto.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[4] Alemanno, C., “Problemi dello sviluppo meridionale.”, in “Rivista Apulia, numero IV - 83”, Banca Popolare Pugliese, Lecce, Dicembre 1983.
[5] Novacco, N., “Alcune scelte degli anni ’50 per il Mezzogiorno.”, in “Rivista Economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 1 - 2”, Marzo - Giugno 2001.
[6] Pica, F., “Salvatore Cafiero e la «Storia» dell’intervento straordinario.”, in “Rivista economica del Mezzogiorno, anno XV, numero 3”, Settembre 2001.
[7] Cerrito, E., “La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica.”, in “Quaderni di Storia Economica, numero 3.”, Banca d’Italia, Giugno 2011.
[8] Trono, A., “Squilibri regionali in Italia e politiche di intervento pubblico per lo sviluppo dell’occupazione locale.”, in “Anales de Estudios Economicos Y Empresaliares”, Universidad de Valladolid, 1993.
[9] OCSE, “Assessment and Recommendations, in OECD Territorial Reviews – Italy.”, traduzione italiana, Parigi-Roma, Settembre 2001.
[10] Lepore, A., “Cassa per il Mezzogiorno e politiche per lo sviluppo.”, in “SSRN working papers series”, Gennaio 2012.
[11] D’Antone, L., “L’«interesse straordinario» per il Mezzogiorno (1943-1960).”, in “Meridiana, numero 24”, 1995.

1 Sono ovviamente bene accette domande, suggerimenti, approfondimenti e correzioni.

2 E la situazione, ad oggi, non sembra essere migliorata.

giovedì 9 febbraio 2012

"…ecco dove finivano i soldi della Cassa del Mezzogiorno!" di Bruno Pappalardo


Le mani sulla città 2.jpg
Ricevo e posto con condivisione quest'interessante articolo dell'amico Bruno Pappalardo della sezione di Napoli sulla Cassa del Mezzogiorno, come in parte funzionò nella prima fase nonostante fosse spesso sostitutiva di spesa ordinaria...e di come fallì completamente nella seconda fase a partire dagli anni '70 con l'avvento rapace delle Regioni che aumentarono a dismisura la corruzione da "mani sulla città".....

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Nessun archivio segreto è stato scardinato, nessun pentito ha svelato macchinazioni occulte, nessun uomo dei servizi ha spifferato segreti .
E’ sotto gli occhi di tutti ma nessuno ha mai voluto abbassare la testa, inforcare degli occhiali spessi per la miopia e capire ciò ch’era evidente.
Osserviamo, oggi che succede e neppure attentamente. La politica, l’imprenditoria, servizi, media e amministrazioni pubbliche e private e tant’altro, hanno imbrattato d’inchiostro putrido la faccia degli onesti attraverso i giornali irreggimentati dal potere e complici della diffusa immoralità.  
Ieri si è scoperchiato il conto cassa di AN.  I prestiti al Pdl? Spariti 26 milioni di euro. Pare sarà impossibile ricostruire il buco e risistemare i bilancio o la cassa. Scomparsi! Han superato il Lusi, tesoriere della Margherita, che non esiste più se non proprio per i ladri. Spariti 13 mli di euro e un’altra manciata di questi molto vicino alla prima; dal 2007, goccia dopo goccia, giungono in banche del Canada, in altri immobili e ville hollywoodiane; Ma a che servono tutti questi denari in sopravanzo? A mantenere l’apparato e soprattutto le Regioni e i propri assessori e consiglieri da cui pure traggono altro denaro!
Il Governatore della Lombardia, Formigoni, possiede un’amministrazione decimata da arresti avvisi di garanzia e qualche mandato di cattura di qualcuno che risiede in Parlamento. Una montagna di denaro in buste e valigette gonfie,  bussano alla porta dei suoi  assessori e consiglieri. Lo chiamano il Presidentissimo e intorno a lui, si muove il cosiddetto Sistemone, un modo raffinato di corruzione. Fare dei nomi? Ma a che serve!?? Sono centinaia di migliaia in tutt’Italia e non basterebbe neppure tutta l’estensione della memoria di  Facebook.
Mi riferisco a quasi tutte amministrazioni Regionali. Per esempio quella del Trentino Alto Adige? Stipendi d’oro! Hanno anche il sistema delle “porte girevoli” un assessore si dimette prendendo una buonuscita e un piccolo vitalizio e ne entra un altro tra i primi 8 non eletti. La Val D’Aosta? Quale quella della “Casta dei tutti parenti”?! IL Friuli Venezia Giulia? Quella che ha blindato con un emendamento nella legge finanziaria del 2012 i propri stipendi dei consiglieri e assessori, legati con il 70% a quelli dei parlamentari e che dunque non verranno tagliati. La Regione Lazio? Ma vogliamo scherzare? La Polverini? Parenti e pensione a 55 anni a 14 assessori esterni e, …pure a  tre consiglieri decaduti. Lasciamo stare le spese pazze. Si salvano, incredibile, sole talune del Mezzogiorno.
Non vorrei entrare,  a piedi uniti, su tutta quella corruzione della politica dell’imprenditoria per evitare di far mattino. Il San Michele, i Grandi Eventi, le infinite Caste e addirittura la Chiesa col suo IOR che non dovrebbe avere nulla a che fare ne con l’una (politica) ne con l’altra, (business) etc...A proposito il nostro 1X1000 è andato ad  un presepe in Vaticano costato inizialmente 500mila euro e successivamente quasi un milione: Quanti italiani  immobili, come zampognari, sono su quel presepe?
Insomma come avvenne che la Cassa del Mezzogiorno fallì?
Nel ’50, grazie a meridionalisti come Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Giordano, Morandi che venne di aiutare il Sud  attraverso una Cassa con l’intento di rifarsi alle agenzie di sviluppo USA sull’esperienza del New Deal. D’allora, fino alla metà tra gli anni ’60 e ’70 la cassa funzionò come un treno. Si realizzò di tutto, di tutto quello che il programma poteva esprimere, in particolare risorse idriche e viarie che rappresentava la “prima fase”dello schema.
La Sinistra cominciò una forte propaganda contro la DC. ritenendola colpevole di usare la Cassa per fini elettoralistici e di scambio. Scambi realmente avvenuti attraverso imprese (del Nord) scelte per la realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche. Erano i primi segni di degrado inarrestabile e di una corruzione esplosa. Tutto l’apparato partitico della politica mise mano al saccheggio. Bassa qualità della spesa e d’un colpo riescono riccamente ad  autofinanziarsi. Si aprono squarci di illegalità. Per far denaro si rinuncia alla “seconda fase”; la ricerca di risorse produttive adatte al territorio mentre, invece, si preferiscono opere gigantesche perché queste dovranno prevedere appalti miliardari  e realizzare le cosiddette cattedrali nel deserto.  Ma ci furono anche dighe inutili che hanno fatto ritirare le spiagge. Costruire a tutti i costi, per arricchire imprenditori . Ci furono coste avvelenate dall'industria, a Gela, Taranto, Brindisi e Bagnoli, che non hanno mai generato un'indotto atteso. Ma che importa se non hanno alcun senso con l’economia e la peculiarità sociale dei luoghi?! Ma i numeri spesso chiariscono meglio i concetti:
Gli investimenti al Sud, in quegli anni, tra la fine degli anni ’70 alla prima metà degli anni tra gli ’80, rileva che, se pur speciali, al Sud arrivano al 5% del PIL mentre al Nord, nella forma di investimenti ordinari, sono del 35% del PIL.
La cosa parrebbe strana ma è invece ovvia, dato che il Nord rastrellava tutti i denari delle concessioni per le nostre infrastrutture nei primi 11 anni e successivi. Ma negli anni ’70 nascono gli Enti Regione. Chi credete avesse l’incarico di provvedere alle risorse per la crescita? La Regione! Dal ’70 al ’95  gestione DC (come sopra) . Un colpo l’assesta più tardi “Mani Pulite” ma invano. Rastrelli era il successore di Giovani Grasso. La Cassa cesserà nel ’96. Dal ’62-64 non si innescò mai più alcun virtuoso investimento grazie alla corruzione tra Roma e il Nord e qualche deputato straccione delle nostre terre.  Il Sud non trovò più sbocchi per la produzione industriale e neppure i mercati, anzi spinse in avanti quella del Nord perché da esso comprò, con sacrifici in debito, solo macchinari usati.
Da dove nacque la fine del Casmez?... è quasi banale, offensivo chiederselo.
Le nostre vere risorse, oggi, sono il nostro straordinario capitale umano e a breve nuove e a politiche avvincenti di rinvigorimento di un capitale sociale e dei beni dell’universo creativo.

Bruno Pappalardo

giovedì 12 gennaio 2012

"...quante valigie scure?!! Su e giù per l’Italia" di Bruno Pappalardo.



Ricevo e posto un bell'articolo dell'amico Bruno Pappalardo della sezione PdSUD di Napoli...
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Tutti sapranno della legge d’idrodinamica del Galilei dei “vasi comunicanti”?!!
E’ quel principio, secondo il quale, un liquido contenuto in più vasi, comunicanti tra loro, arriva a determinare una sola superficie, ossia generando uno stesso livello. L'acqua come tutti i liquidi, non ha una forma propria ma assume la forma del recipiente che la contiene. Oddio,… così dovrebbe essere! Pare, che questo fenomeno accada anche ad altro genere di liquidi; i denari. Si adattano perfettamente al proprio contenitore; che siano valigie, sacchi o doppi fondi.
Ma tornando al principio galileiano, insomma si determina un livello equipotenziale di qualunque forma o dimensione abbiano i contenitori; valigie o sacchi o doppio fondi et cetera, per la filiera dei vasi dell’ impianto.
In fondo non è altro che la livella, ovvero strumento che definisce un preciso allineamento dei piani orizzontali. Preciso subito che non si tratta di “relazione di ingegneria idraulica” ma di altro!
E’, però, paradigma di svariate cose. Ad esempio d’un bilanciere; con uguale pesi, definisce un preciso equilibrio, dunque, un livellamento …e, a tal proposito mi viene istantaneo il principio (oggi tanto di moda) di equità che si vorrebbe per il federalismo regionale, ovvero portare allo stesso “livello”i valori reddituali, in tutte le regioni d’Italia. E’ talmente calzante che nelle prerogative dell’istituzionalizzazione territoriale, c’è che si debba far passare una congrua quantità di liquido, attraverso vie comunicanti, da una regione all’altra e prontamente, raggiungere un pari livello.
Se in qualche regione dovesse colmarsi il proprio vaso di troppo liquido e in altre, al contrario, un basso livello significherebbe che il principio del buon Galilei debba essere rivisto e che ben cosa sarebbe cancellarne il nome, fin’ora, onorato di questo mentecatto della scienza.
Se torniamo un ‘attimo al bilancino, ebbene, prima di trovare l’equilibrio, i due piatti della stadera van sù e giù.
Un altro flash! Mi ricorda la Cassa del Mezzogiorno, la cosiddetta CosMez. I primi dieci anni, furono strategicamente ottimi, i finanziamenti furono erogarti direttamente dallo Stato. Bisognava realizzare, secondo i programmi del Saraceno e Menichella, la seconda manovra, da farsi negli anni ’70–’80, era quella degli incentivi per la crescita attraverso l’industrializzazione di territori depressi. Nacquero, infatti, enormi impianti industriali e intorno il deserto. E’ da qui che gli italiani dovrebbero fare i conti. Era già giunta la politica con i suoi contenitori, con le sue valigie. La seconda fase non fece in tempo a conchiudersi e non riuscì ad avviare la terza, ossia quella della realizzazione di grossi poli d’indotto, ovvero aree circondari di spinta ad’altre attività di mercato e vitalità e invigorimento delle risorse locali, dunque, vero strumento di sviluppo socio-economico.
I partiti legittimamente s’installarono nelle governatorato regionale e, altrettanto legittimamente gli imprenditori del Nord che scesero al Sud. Nell’’84 Craxi per il suo elettorato, volle abolirla ma per il suo partito la tenne i vita: si chiamò solo in un altro modo Ag.Sud. Continuò con la politica delle “partecipazioni statali”. Giunse il governo Amato e sulle soglie di “Mani Pulite” il suo ministro Andreatta nel ’92-94 ne decise la definitiva abolizione. Nella sostanza la Cassa ebbe diverse trasformazioni e pare continui, in certe forme, anche oggi.
Ma cosa è rimasto della Cassa del Mezzogiorno? Solo la vergognosa e infame locuzione“assistenzialismo” meridionale. Nell’immaginario collettivo italiano è quel denaro che apriva una sdraio sul limitare dell’ingresso di un palazzo dove, un portinaio in canottiera bianca e annerito in volto dalla sozza barba di svariati giorni, si stravaccava al sole con mezzo stecchino sulla sinistra della bocca obliqua.
La CASSA fu, dagli anni ’64 per tutti gli anni a seguire, lo strumento di ricatto e di scellerata persuasione per ottenimento di voti. S’intende tutta la politica. Il partito di un deputato di Milano come quello di Trapani, destinava finanziamenti in cambio di voti dai rappresentanti locali.
Si videro già dagli anni ’50 gente scendere per acquisire appalti, dal Nord con belle e squadrate valigie in pelle nera, mentre salivano al Nord quelle di cartone nonostante fossimo assistenzializzati e ricchi per la valanga di denaro che ci aveva travolti.
L’indecenza morale e l’obbrobrio della storia dei vincitori sopravanza anche la soglia del disonore.


da Bruno Pappalardo, SUDVOX