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giovedì 31 maggio 2012

Emigranti di tutto il Sud, tornate di R. Saviano



Oggi andare via è l'unica prospettiva per chi è nato nel Mezzogiorno. Eppure proprio loro sono l'immagine migliore che questa terra può dare. Bisogna incentivarli a rientrare in Italia e a investire nei luoghi d'origine 



 Di Roberto Saviano Roberto SavianoRoberto Saviano
 Fonte: L'Espresso 




Nessuna persona con cui avevo un rapporto di amicizia nella mia zona vive più in Campania. Nemmeno i miei parenti sono rimasti a Napoli e Caserta: gran parte di loro è andata via. Appartengo a una generazione di migranti. Negli anni Sessanta o Settanta, e a dire il vero anche per tutti gli Ottanta, quando al Sud si aveva un figlio emigrante c'era la tendenza a nasconderlo, come se fosse una sorta di debolezza. Le famiglie più realizzate erano quelle che si trasferivano in blocco mentre chi si divideva, spesso con donne, figli, fidanzate e fratelli costretti all'attesa, provava disagio nel confessare l'emigrazione. Le frasi erano attente: "E' andato un periodo fuori" oppure "E' a Milano ma ora mi ha detto che tornerà". A Massimo Troisi, nell'esordio di "Ricomincio da tre", tutti a Firenze ripetevano la stessa domanda: "Emigrante?" e lui ribatteva sempre con una negazione. 

Dagli anni Novanta invece percezione e sensibilità sono cambiate, con connotati forse più drammatici. Quando ci si incontra per strada spesso il dialogo tra genitori è: "Tua figlia poi che fa?", "Mia figlia è a Milano!" oppure "E' in Inghilterra, sai...". E quando arriva la replica "E tua figlia?", a quel punto si manifesta l'imbarazzo per il giovane rimasto in città: rispondere "Lavora a Napoli" spesso significa ammettere che non sta combinando granché, e allora sempre più si dice "Sta per partire per Milano" oppure "Vive qui... ma si sta per trasferire!". Fare le valigie ormai è la sola possibilità di crescita: un motivo d'orgoglio. Tranne poche eccezioni, il lavoro al Sud sembra sinonimo di raccomandazioni o protezioni: appare come una concessione, anche quando c'è talento e tanto, anche quando i giovani hanno i meriti per avere diritto a un posto. 

L'EMIGRAZIONE E' PROTAGONISTA pure nelle statistiche. Gli ultimi dati danno volto all'esodo verso il Nord, in testa la Campania con 33.800 persone l'anno; 23.700 provengono dalla Sicilia; 19.600 dalla Puglia; 14.200 dalla Calabria. Il Rapporto Svimez 2011, redatto dall'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, racconta che l'Italia è l'unico paese in Europa ancora spaccato in due: a un Centro-Nord che attira flussi corrisponde un Sud che espelle forza lavoro senza rimpiazzarla. Eppure l'immagine migliore che il Sud possa dare oggi sono proprio i suoi migranti. E' da loro che vengono le storie di resistenza e capacità. La qualità della manodopera, il dinamismo delle intelligenze, i professori meridionali, i dirigenti approdati nelle istituzioni economiche settentrionali. Insomma un'intera umanità capace di affermarsi con le proprie doti e la propria volontà.  

Ma nel nord Italia i flussi che arrivano dal Sud sono due. Persone e capitali. Spesso questi ultimi sono capitali criminali. Li testimoniano catene di pizzerie cresciute molto in fretta e con azionisti occulti nascosti dietro sigle offshore; gelaterie di lusso nate dal nulla; negozi di abbigliamento che spuntano ovunque con società meridionali e un Dna chiaramente da riciclaggio; finanziarie alimentate con soldi dei clan. Una trasfusione che solo in apparenza diffonde benessere, mentre trasmette un contagio letale che lentamente soffoca il mercato e la concorrenza.  

E' UNA DOPPIA EMORRAGIA che strappa al Sud risorse economiche e umane. Non è una questione solo meridionale, non si può ignorarla o sperare di confinarla in quella che una volta si chiamava con disprezzo "Bassa Italia". Basterebbe poco per invertire il circuito della fuga e renderlo virtuoso: se solo si riuscisse a convincere le comunità di emigrati a investire nelle regioni d'origine, allora la linfa potrebbe tornare alle radici. I meridionali d'Argentina, d'America, di Germania e d'Australia dovrebbero essere incentivati con agevolazioni e sgravi fiscali a percorrere in senso inverso la diaspora. Non è impossibile: il Brasile lo sta facendo, trasformando l'identità in sviluppo, legando emigrati a comunità di provenienza nella nuova prosperità del gigante amazzonico. E' questo il modello Brasile a cui mi piace guardare, senza arrendermi alla nostra realtà sempre più povera di idee e di iniziativa. 


Fonte: L'Espresso

giovedì 8 dicembre 2011

Catturato finalmente il capo dei casalesi...arrestato Zagaria!




"I Gattopardi" e "Solo per giustizia" dell'ex pm anticamorra oggi in Cassazione Raffaele Cantone, "L'Impero" del giornalista del "Mattino" Gigi di Fiore, "Gomorra" di Roberto Saviano, un libro su Steve Jobs. Sono alcuni dei volumi trovati nel covo di una decina di metri quadrati dove è stato arrestato il boss Michele Zagaria.
Un letto a una piazza e mezza, un piccolo armadio, con tre giubbotti in pelle, niente armi, niente soldi, una fioca luce, è qui che Michele Zagaria ha vissuto gli ultimi giorni di libertà. Un televisore a cristalli liquidi, un angolo cottura per preparare il caffè e un angolo per il bagno e la doccia.

C'erano anche un crocifisso, sulla parete del letto, e altre immagini sacre. Nel rifugio sono in corso i rilievi della polizia scientifica. Per evitare contaminazioni dell'ambiente e non compromettere i rilievi, per ora non è stato consentito l'accesso a giornalisti e fotoreporter.
Il superboss secondo i magistrati della Dda viveva in quel rifugio da anni, limitandosi moltissimo nelle uscite e salendo di tanto in tanto nella villetta in superficie di proprietà di un suo fiancheggiatore. Il covo si trova sotto una camera della casa, il cui pavimento si sposta su binari per lasciare accesso al bunker. Un rifugio insomma "di ultima generazione", munito anche di telecamere di protezione e di televisori.


martedì 9 novembre 2010

Caro Roberto....



Caro Roberto,
ieri ho visto in TV la prima puntata della trasmissione su RAI3 ed ero contento di farlo, soprattutto perchè finalmente un napoletano stimato da tutti parlava in TV e dava un'immagine diversa della mia città, della nostra amata terra. Un'immagine di impegno civile e di coraggio, così diversa dallo stereotipo del napoletano che butta il sacchetto di spazzatura dalla finestra.
Aggiungo che ho sempre ammirato il tuo coraggio di denunciare e di lottare con la tua attività di scrittore le nefandezze della Camorra; mi sono vergognato quando ho saputo che nel mio quartier di origine, nel mio quartiere borghese dei "benpensanti" che è il Vomero, non sei riuscito ad affittare un appartamento perchè la gente "aveva paura".
Devo però dirti che, mentre ho apprezzato l'intervento su Falcone, non ho apprezzato per niente la scena del tricolore e del richiamo alla "Giovine Italia" ed al suo giuramento, questa stantia retorica "risorgimentale" lasciamola a quelli del Nord, noi meridionali non ce la possiamo permettere, anche perchè e' un'offesa alla nostra memoria meridionale e napolitana (il termine "napolitano" e' stato utilizzato fino al 1861 per tutti i meridionali fino a Reggio Calabria). Non ce la possiamo permettere soprattutto perchè dopo 150 anni il "belpaese" non e' unito nei fatti: nelle infrastrutture, nelle possibilità di trovare un lavoro, nella considerazione che si ha per gli "altri" italiani e soprattutto nelle prospettive. Io che sono un ingegnere napoletano che lavora lontano dalla sua città, come tanti altri, sono pieno di risentimento e rancore verso questo paese che davvero unito non e' da quel fatidico 1861. Da quando, con una guerra non dichiarata e con un'invasione di mercenari in camicia rossa, ci fu una conquista militare sabauda che ha smentito clamorosamente tutti i grandi ideali di cui parlava Mazzini, da allora, oggi come ieri, per noi meridionali spesso esiste un solo destino: "o briganti o emigranti".
E permettimi di aggiungere che la malattia delle mafie e camorre peggiorò proprio allora, quando Garibaldi si fece aiutare senza scrupolo dai "picciotti" di mafia in Sicilia e il Ministro Liborio Romano, uno dei primi esempi di gattopardismo e trasformismo meridionale, si fece aiutare dai camorristi di Tore 'e Crescienzo per "mantere la quiete" e per sorvegliare i seggi di un plebiscito truffa per l'annessione (votò meno del 2% della popolazione con imbrogli di tutti i tipi)...oggi quella malattia e' diventanta un cancro, contro il quale tu e tanti coraggiosi lottate senza tregua. E io da napolitano e da meridionale sono decisa a combatterla insieme a te, ma per favore non facciamolo nel nome di Mazzini o Garibaldi o Vittorio Emanuele II...e' come per un ebreo vedere uno di loro con il Mein Kampf!!!
Qui non si tratta di "dividere" un paese che, scusami se lo ripeto, e' già diviso nei fatti, vedi i cori che accompagnano i napoletani e i meridionali in genere negli stadi di tutt'Italia o le deliranti affermazioni di ministri e politici della Lega Nord (ideale proseguimento delle dichiarazioni razziste di Lombroso o dei proclami di generali piemontesi come Pinelli e Cialdini, dei veri criminali di guerra!!!), si tratta di ristabilire la verità storica e riprenderci una dignità di popolo che ci è stata levata sempre da quel fatidico 1861.
Ovviamente non si tratta nemmeno di contestare l'Unità in sè, ma il COME e' stata fatta e le sue conseguenze, per il Sud un destino da colonia di consumatori di prodotti e servizi del Nord.
Per anni ci hanno inculcato queste schiocchezze alla De Amicis dei "fratelli d'Italia", solo in pochi hanno denunciato gli errori e gli orrori di una guerra civile durata quasi 10 anni e il regime sabaudo che fu molto peggio di quella borbonico, come disse Gramsci "lo stato italiano (leggasi piemontese) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.
Decine di libri di scrittori, giornalisti e storici, stanno facendo negli ultimi anni opera di revisione storica, l'ultimo e di maggior successo e' il bellissimo "Terroni" di Pino Aprile che per noi e' una sorta di libretto rosso di Mao.
Ovviamente non aspiro a tornare ad antiche monarchie, ma non si capisce perchè noi meridionali non possiamo essere orgogliosi del periodo del Regno delle Due Sicilie che, con le sue luci ed ombre, era un regno pacifico ed indipendente oltre che "italiano" o meglio "napolitano" a tutti gli effetti. Noi non dobbiamo inventarci uno stato che non e' mai esistito come la Padania o inventarci simboli celtici!
Non e' nostalgia, e' voglia di verità e di giustizia...la stessa che tu ci hai messo nei tuoi libri, solo ricordando le centinaia di migliaia di morti come "briganti" che in realtà erano contadini meridionali che si ribellarono ad un'invasione, ricordando le città eccidiate come Pontelandolfo, le fabbriche napoletane mandate in rovina come Pietrarsa dove mandarono i bersaglieri a sparare sugli operai che scioperavano dopo il ridimensionamento delle attività, le ferriere calabresi di Mongiana smontate per trasferirle al centronord...Solo così, con la nostra dignità di popolo, potremo trovare una nostra strada per il riscatto del Sud e di uno sviluppo sostenibile e la smetteremo di inseguire "modelli" che ci vengono dal "civile" nord del paese.
Ti saluto con immutata stima e affetto napoletano,

Enzo Riccio
Segr. Organizzativo Nazionale
PARTITO DEL SUD