Visualizzazione post con etichetta brigantaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta brigantaggio. Mostra tutti i post

lunedì 23 aprile 2012

Parla il Giudice Nicola Gratteri: "Finta Unità d'Italia...perché ha procreato la mafia"



Dichiarazioni coraggiose del Giudice Gratteri, esperto di lotta alla 'ndrangheta calabrese, che parla dell'origine delle mafie e precisa che non c'entra niente con il cosiddetto "brigantaggio", inoltre è molto critico sulla "malaunità" del 1861 cioè su come è avvenuta l'unità d'Italia ad opera dei piemontesi...insomma parla da vero meridionalista!!!
---------------------------------------------------------------------------------------------------------

nicola gratteri copia
Trascriviamo alcune parti dell'Intervento del Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Al termine della trascrizione il video dell'intervento del Giudice Gratteri tratto da youtube
"... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato ucciso un piemontese, erano uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra (il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentementee aveva fatto prima una domanda ndr) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere (lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "

FonteJ' accuse...!

domenica 19 febbraio 2012

Il Generale dei briganti...e la guerra di resistenza

 Pubblico quest'artico dell'amico Zenone dal sito www.eleaml.org condividendo in gran parte l'articolo,  soprattutto sulla pochezza della fiction, ma con alcune precisazioni e considerazioni personali.



E' vero che il brigantaggio fu un fenomeno complesso e variegato, nel quale confluirono vari aspetti e varie "anime"...ci fu sicuramente quella "legittimista", come il Sergente Romano o i tanti soldati borbonici che la combatterono o i pochi nobili che arrivarono dall'estero, come e' vero (per onestà intellettuale bisogna dirlo e non negarlo come dall'altra parte si nega tutto il resto...) che ci fu anche la componente delinquenziale che non fu, come si vuole sempre affermare nella storiografia ufficiale e risorgimentale, quella predominante.
La componente "sociale" del brigantaggio però non può essere assolutamente trascurata...non perché un tema caro ad una certa "sinistra" caro Zenone...ma perché il conflitto tra "cafoni" e "galantuomini" divenne più duro proprio con l'Unità o meglio la "malaunità" d'Italia, con la fine dei demani pubblici e degli usi civici ed il nuovo durissimo regime fiscale, la leva militare molto più pesante...del resto lo dice anche un grande meridionalista e "revionista" che non proveniva propriamente da sinistra come Angelo Manna ed un'altra prova si ha anche con i territori del Regno delle Due Sicilie maggiormente interessati al brigantaggio e poi sottoposti alla vergognosa legge Pica, praticamente quasi tutte le province con l'eccezione delle zone di Napoli, Bari, Reggio Calabria...proprio le zone dove il problema della "terra" era meno importante. Inoltre è noto che proprio Carmine Crocco passò dalle fila dei garibaldini a quelle dei "briganti" con un concetto molto personale della fedeltà alla dinastia dei Borbone delle Due Sicilie, per lui si potrebbe parlare di un napolitano "murattiano" tant'e' vero che entrò subito in disaccordo con Borjes e la rottura definitiva ci fu proprio prima della possibile conquista di Potenza che poi (purtroppo) fallì. 

Secondo me fu una grande rivolta sociale ed anche una guerra civile di resistenza (altrimenti non sarebbe durata 10 anni e non sarebbero stati necessari più di 100.000 soldati per reprimerla...d'accordissimo!) per un nuovo regime che peggiorò le condizioni della classe più povera e che, anche su questo invece sono completamente d'accordo, gettò le basi per una dis-unità d'Italia tra Nord e Sud (odio sinceramente mi pare eccessivo....tranne per poche menti deviate nelle valli padane...), per una "questione meridionale" che ebbe inizio nel 1861 e non prima e che dura ancora ai giorni nostri, con un territorio colonizzato e desertificato sacrificato sempre per la prosperità del resto del paese.

Enzo Riccio

.................................................................................................................................................................


Il Generale dei Briganti e la Guerra di Resistenza

di Zenone di Elea
RdS, 14 Febbraio 2012
Il Generale dei Briganti e la Guerra di Resistenza di Zenone di Elea  RdS, 14 Febbraio 2012
REGISTA: Paolo Poeti
Filmografia
Ciao nì! (1979)
Senza scampo (miniserie televisiva) (1989)
Amico mio (1993)
Mamma mi si è depresso papà (1996)
Compagni di branco (1996)
Amico Mio 2 (1998)
Il mistero del cortile (1999)
Il rumore dei ricordi (2000)
Cuccioli (2002)
Tutti i sogni del mondo (2003)
Amiche (miniserie televisiva) (2004)
Pompei, ieri, oggi, domani (2007)
Il generale dei briganti (miniserie televisiva) (2012)
Sceneggiatura
Amico mio (1993)
Mamma mi si è depresso papà (1996)
Quello che mi ha fatto incazzare di più ieri sera non è stato tanto la fiction in sé ma il palinsesto della serata, quella collocazione prima del Porta a Porta sulle foibe (dove fra l'altro una storica ha dimostrato la fragilità e la inconsistenza del mito degli “italiani brava gente”).
Come è possibile – lo abbiamo scritto e lo riscriveremo fino alla nausea, se necessario – che si faccia luce su orrori relativamente vicini nel tempo e ci sia una censura persistente su quegli orrori che hanno gettato le fondamenta di uno stato sommamente ingiusto, che tollera ancora un paese scisso in due parti, una ricca e civile  (il Nord) ed una povera e dannata (il Sud).
Il razzismo che impedisce ad un napoletano residente a Venezia di poter liberamente sottoscrivere un contratto con una assicurazione solo perché è nato a Napoli è sì cronaca di questi giorni ma è figlio del cosiddetto risorgimento.
Una sorta di miracolo che vide una penisola divisa da secoli in tanti staterelli unirsi in appena un paio di anni.  Sol perché conveniva all'equilibrio geopolitico del mediterraneo e alle due superpotenze dell'epoca, Inghilterra e Francia.
L'appoggio inglese all'impresa del Garibaldi fece da contraltare all'appoggio francese alla politica cavouriana del carciofo. Poi finimmo per pagare amaramente tutti questi aiuti “disinteressati”, non solamente noi meridionali con la perdita del nostro stato indipendente ma anche come italiani per pagare i debiti contratti dal Piemonte per finanziare la sua politica espansionistica. Alcune banconote della novella Italia si stamparono non solo in Inghilterra ma addirittura negli Stati Uniti.

Ritorniamo però alla fiction. Si chiude con la ovvia scritta del “liberamente tratto”. Fin qui nulla di male, possiamo anche accettare come normale parto della fantasia degli autori la figlia di Crocco col nome di Libera, anche se il ballo fra l'ammanettato generale dei briganti e la sua donna è patetico da tutti i punti di vista.
Quello che però è inaccettabile è la solita riduzione del brigantaggio ad uno scontro fra una manciata di straccioni e delinquenti e i due stati (borbonico e italiano) che si avvicendarono in quegli anni. Il ridurre una guerra di veri e propri partigiani (termine questo che si trova anche in pubblicazioni straniere dell'epoca) ad un problema sociale – tema caro a certa sinistra, sia moderata che rivoluzionaria – ovvero al contrasto fra cafoni e galantuomini è una operazione subdola da contrastare. Lo facemmo anche a Civitella del Tronto, con un ex ufficiale della Nunziatella, contestando un pannello che riportava questa tesi.
Io sono sempre stato propenso a parlare di una guerra civile ma oggi devo convenire con Zitara (per la verità anche egli stesso qualche volta usa il termine guerra civile) che bisogna andare oltre e parlare di GUERRA DI RESISTENZA.
Se gli sceneggiatori del film avessero voluto fare una operazione onesta – come pare abbiano dichiarato in qualche intervista in cui hanno ribadito di essersi documentati – avrebbero dovuto leggere e tener conto anche di opere come quella di Tommaso La Cava, “Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale” edito a Napoli nel 1865.
Nella fiction invece il brigantaggio politico viene completamente rimosso e ignorato.
Io pongo agli amici naviganti una banale domanda: se nella prima fase non avessero partecipato alla sollevazione popolare migliaia di ex-soldati borbonici ci sarebbe stato bisogno della Legge Pica? Sarebbe stato necessario impiegare 120mila uomini del neonato esercito italiano più 80mila uomini della Guardia Nazionale? Sarebbe potuto durare un decennio tale scontro?
I problemi di incomprensione reciproca, i luoghi comuni, grumi di odio (bisogna avere il coraggio di usare parole politicamente scorrette anche se ci si riferisce a cittadini di uno stesso stato) fra abitanti del nord e abitanti del sud si sedimentarono in quella lunga e feroce guerra.
Non basteranno né la retorica di Napolitano nè le fiction della Rai a sanare tutto ciò.

Zenone di Elea

venerdì 10 febbraio 2012

E' gusto ricordare le vittime delle foibe...ma quelle meridionali del 1860-1870?


Mi hanno colpito le parole del Presidente Napolitano a proposito della giornata della memoria  per le foibe:



importante coltivare la memoria e ristabilire la verità storica per mettere fine a «ogni residua congiura del silenzio».

Sono esattamente le parole che mi piacerebbe sentire per le centinaia di migliaia di morti meridionali tra il 1860 ed il 1870 in una guerra civile dimenticata e chiamata "brigantaggio", una guerra che ha originato una vera e propria colonizzazione del Sud, prima conquistato "manu militari" senza una dichiarazione di guerra, poi diventato terra di origine di una diaspora biblica di 20 milioni (emigrazione che in forme diverse dura ancora oggi...) ed ala fine trasformato in colonia di consumatori di merci del Nord.


E' giusto ricordare le vittime delle foibe, come le vittime di tutte le guerre, di tutti gli eccidi ed i massacri senza "negazionismi" e senza adattamenti "politici", perché non esistono morti di serie A e di serie B e nemmeno vale la pena di parlare solo di conteggio o fare macabre classifiche ma, caro Presidente, se questo paese vuole essere davvero unito, non può che partire dalla verità storica su come e' stato "unificato" male e con quali vizi, imbrogli e difetti di fondo....tutti i difetti che si vedono ancora oggi.


Enzo Riccio





martedì 7 giugno 2011

"Il brigantaggio dell'acqua" di Nicola Salerno


Il tema dell’acqua scuote le coscienze dell’opinione pubblica in modo trasversale ed
Il tema dell’acqua scuote le coscienze dell’opinione pubblica in modo trasversale ed
a tutti i livelli dall’operaio, all’impiegato, all’artista, al maestro, al professore, al dirigente, all’imprenditore, al precario, etc...
Il tema in se meriterebbe ovviamente una trattazione ampissima che esula dagli obiettivi di questa breve riflessione. In una estrema sintesi, risulta intuitivo la ragione alla base di una attenzione così spiccata. L’acqua è vita e la vita stessa è acqua. Tutta la storia dell’umanità e della vita in generale è la storia anche dell’acqua. Dal punto di vista umano, tutte le grandi civiltà, dalla preistoria fino ai giorni nostri, sono nate e si sono sviluppate intorno ai grandi corsi d’acqua. Ridurre l’acqua alla stregua di un bene economico risulta in una semplificazione che non è accettabile. L’acqua è la vita stessa in tutte le sue forme. Noi stessi come esseri appartenenti alla natura (ricordo che l’85% del nostro corpo è acqua) siamo, almeno materialmente, l’acqua che beviamo. Attraverso il suo eterno ciclo e i suoi stati, possiamo dire che l’acqua rappresenta allo stesso tempo l’unità e la diversità. L’unità perché quando evapora si libera di tutte le sostanze (anche nocive) che la rendono diversa da luogo a luogo, purificandola e restituendole la struttura che è poi alla base di tutte le acque di tutti i luoghi del pianeta. La diversità perché quando ricade in forma fluida l’acqua è ricettrice della biodiversità dei diversi luoghi della terra assumendone le particolarità proprie di ogni luogo. In questo senso si potrebbe attribuire all’acqua anche un carattere identitario. Personalmente non avevo mai riflettuto sull’acqua, penso come capita un po’ a molti. Forse perché abbiamo perso la percezione del legame profondo e direi sacro e inscindibile che ci unisce in modo cosi intimo con l’acqua. Risulta un po’ improbabile d'altronde che una tale percezione possa venire ispirata da una bottiglietta di plastica da mezzo litro. E’ interessante riportare che mentre prendeva forma, prima nei pensieri e poi nelle parole, la riflessione sul tema, avevo la sensazione che non sarebbero bastati interi tomi per esaurirne la trattazione. E più ti immergi nella riflessione più ti rendi conto che narrare dell’acqua ti porta molto lontano nello spazio e nel tempo, in un viaggio senza fine. E d'altronde non può che essere così. Realizzi che riflettere sull’acqua e come riflettere sulla vita stessa. Ne segue che non è molto lontano dalla realtà l’affermazione secondo la quale controllare l’acqua equivalga a controllare la vita. Viene da sé che perderne il controllo (anche della sola gestione) potrebbe drammaticamente rappresentare una forma di schiavitù che tra l’altro molti popoli già sperimentano sul nostro pianeta.
In vista del referendum, anche se i nostri media televisivi sembrano interessati ad altro, si discute animatamente delle modalità di gestione del sistema di approvvigionamento e distribuzione dell’acqua. In un paese normale, la dialettica vedrebbe opporsi diversi modelli che hanno come estremi da un lato la gestione completamente pubblica e dall’altro la completa privatizzazione. Ovviamente come sappiamo ogni sistema presenta i suoi vantaggi e svantaggi. Ma questo vale quando si tratta di una merce o della gestione di un servizio comune. L’acqua però è qualcosa di più di una merce o un bene economico. E quindi una prima riflessione dovrebbe riguardare appunto la modalità stessa di affrontare una tale questione. Ma su questo poco si può fare.
In aggiunta alla dialettica di superficie, ritengo sia importante fare delle riflessioni anche dall’angolo visuale del meridionalismo. A tal fine le domande alle quali questo contributo cerca di dare una risposta sono le seguenti: dal punto di vista del meridione, l’impostazione della dialettica, basata sulla dicotomia pubblico-privato, è sufficiente? Oppure, il tema stesso, posto solo su queste basi (gestione pubblica - gestione privata), non rischia di risultare fuorviante se non addirittura un banale specchio per le allodole, fornendo ai meridionali la chimera che siano loro a decidere del proprio destino? E infine, cosa comporterebbe per i meridionali (e non solo) una gestione privata e quindi direi liberista dell’acqua?
Prima di proseguire, consentitemi, una breve premessa. Nell’esporre il tema, mi capiterà di porre un accento negativo, magari nei confronti del Nord e più specificatamente nei confronti dell’apparato industriale del nord o centro nord. Desidero precisare, se mai ce ne fosse bisogno, che qui nessuno e così fesso da augurarsi o desiderare che l’industria del nord o il nord stesso fallisca. La riflessione ovviamente è sul sistema. Su un sistema completamente sbilenco e squilibrato che pone a motore dello sviluppo del centro nord il sottosviluppo del mezzogiorno. Su un sistema miope, guidato più dalla paura e dall’interesse di parrocchia che dall’intraprendenza e dall’interesse generale, che non coglie nel reale sviluppo delle regioni meridionali un’ opportunità anche per le regioni settentrionali. Stando alla realtà attuale, può piacere o no, dal punto di vista sociale, neanche si può più parlare di nord e sud tanti sono i milioni di meridionali che vivono e lavorano nel nord. Non penso di affermare il falso se dico che per milioni di padri che stanno giù, ci sono almeno altrettanti milioni di figli che stanno su.
A meno di non voler affermare che i padri desiderano la rovina dei figli (caso tra l’altro presente in natura, ma solo come eccezione) non si può pensare che un movimento meridionalista, anche se radicale quanto si voglia, possa fondarsi sull’odio e il disprezzo del nord. Si può sostenere la stessa cosa per la Lega Nord? Penso che basterebbe questa semplice riflessione per dimostrare la completa asimmetria dell’universo meridionalista rispetto alla Lega Nord. E soprattutto basterebbe per risparmiarsi le fatiche della stesura di certi libri che vorrebbero subdolamente porre sullo stesso piano il neo meridionalismo e la Lega Nord. Fine della premessa.
Cercherò, nei limiti di chi scrive, di fornire, attraverso il racconto di vicende apparentemente diverse, ma a mio avviso tutte appartenenti allo stesso cliché, sia una minima prospettiva storica che un inquadramento in uno schema più generale che poi è il ritornello che si ripete da 150 anni.
Iniziamo allora da alcuni fatterelli risorgimentali, tanto per cambiare.
Abolizione della dogana daziaria. Principio ispiratore è stato il libero scambio. Le conseguenze per il meridione sono state lo smantellamento dell'apparato industriale tessile dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie. Avendo raggiunto uno stadio non ancora maturo per affrontare la concorrenza delle avanzate potenze inglesi e francesi, per poter continuare a svilupparsi aveva bisogno ancora di protezione e soprattutto di un avvicinamento graduale al libero scambio (come tra l’altro avveniva in Francia e Inghilterra e nello stesso Nord Italia venti anni dopo). Niente da fare. L’ industria meridionale andava sacrificata all'altare del libero scambio. L'affermazione di un così nobile ideale era tanto imperante (debito cavourriano verso l’Inghilterra e la Francia?) che la norma fu una delle prime emanazioni del nuovo parlamento italiano con sede a Torino.
Corso forzoso. Principio ispiratore in questo caso era l'affermazione dell'ideale unitario che doveva trasfigurarsi anche nella immediata creazione di una banca centrale nazionale. Conseguenze per il meridione sono state il drenaggio (furto?) dell'immenso capitale circolante (oro e argento, non carta straccia) dall'ormai ex Regno delle due Sicilie e il conseguente smantellamento dei Banchi di Napoli e Di Sicilia e quindi del sistema bancario meridionale. Unico vero volano in grado di sostenere in modo equilibrato ed efficace il sistema industriale e la progressiva industrializzazione dell'agricoltura nel meridione (che in fatti poi non c'è più stata). Le modalità (armi e leggi del nascente regno italiano) con le quali si è creata la banca nazionale possono essere considerate come una delle cause prime della genesi del sottosviluppo del meridione. L'onda lunga del corso forzoso ha portato al nefasto (per la Terronia ovviamente) sistema bancario nord-centrico, che oltre a non asservire al ruolo di sistema creditizio a supporto dello sviluppo anche delle regioni del meridione, propugnava e propugna ancora oggi una politica vampiresca con interessi da capogiro nei confronti degli imprenditori e delle famiglie meridionali. La giustificazione universalmente accettata dall' "establishment" politico (destra, centro e sinistra, la Lega Nord era scontata) è che il rischio di investimenti (quali?) al sud è più alto a causa della più elevata penetrazione della criminalità organizzata che a sua volta si alimenta anche con i proventi dell' usura. Alimentando così un terribile circolo vizioso: sottosviluppo - criminalità - tassi di interessi elevati - usura – più criminalità – più sottosviluppo - …
Per nostra sfortuna, l’elenco degli esempi circa la nefasta gestione del meridione nel corso degli ultimi centocinquanta anni è lunghissima. Per cui ve li risparmio e salto subito ai giorni nostri.
Privatizzazione delle ferrovie dello stato. Principio ispiratore: efficienza e riduzione degli oneri per lo stato. Conseguenze per il meridione sono il continuo smantellamento della rete ferroviaria e abolizione di molti treni di lunga percorrenza che, a parte gli impatti negativi e non trascurabili sul flebile sviluppo economico del meridione, per i Terroni costituivano l'unico cordone ombelicale (a meno di non accettare i tempi biblici della SA-RC o i costi esorbitanti dei voli di linea) con i luoghi di provenienza e i padri/madri nonni/nonne rimasti nel paese di origine. La privatizzazione delle ferrovie dello stato da licenza all'attuale amministratore di affermare che: le tratte ferroviarie e i treni che non forniscono un dovuto tornaconto in termini di ricavi devono essere abolite. Invertendo il principio universalmente accettato che invece stabilisce che le aree sottosviluppate necessitano degli investimenti per la realizzazione delle infrastrutture (ivi compresi sistemi efficienti di comunicazione ferroviaria) affinché si possano realizzare le condizione di sviluppo. Qualche anno addietro tale principio era sacrosanto tanto è che l' arretratezza, dalla quale bisognava affrancare il Regno delle Due Sicilie, era dimostrata con la prova inconfutabile della angosciosa carenza di infrastrutture ferroviarie. Oggi che il meridione rivendica, con spirito salveminiano, parità infrastrutturale con il resto della penisola, tale principio viene invertito e negato. Mi piace immaginarlo come un principio con scadenza (da consumarsi preferibilmente entro) e che adesso purtroppo (per i Terroni) è scaduto.
Assicurazioni (soprattutto RC auto). Costo medio, a parità di condizioni, per molte aree del meridione di quasi il doppio rispetto alla media del nord. Il razionale in questo caso è che il numero di denuncie per truffa in quelle aree è molto più elevato e quindi il rischio assicurativo è più alto. Senza considerare che si dovrebbero considerare non il numero di denuncie (fatte spesso dalle agenzie assicurative stesse tra l'altro), ma il numero di sentenze passate in giudicato, uno si chiede perché il principio del garantismo, tanto rivendicato dalla nostra amata casta, non debba applicarsi anche ai poveri cristi meridionali. E poi, l' assicurazione di turno ha tutti i dati dei suoi assicurati. Se un padre di famiglia terrone per anni non ha mai fatto un incidente e/o tentato una truffa, per quale strana ragione deve pagare il doppio, o comunque di più, rispetto allo stesso povero padre di famiglia polentone? Mistero assicurativo o semplicemente sistema assicurativo sbilenco e squilibrato - nord centrico?
Ovviamente si possono citare anche per i giorni attuali innumerevoli altri casi di sperequazione tra centro-nord e sud, ma penso che per inquadrare la questione siano già sufficienti quelli citati e quindi veniamo al punto.
Privatizzazione dell'acqua. Principio ispiratore è sempre e comunque il solito ideale teorico indiscutibile (per le industrie del nord o quelle francesi?): efficienza della rete idrica e conseguente riduzione degli oneri dello stato.
Riuscite già ad immaginare le potenziali conseguenze per i Terroni? Proviamo ad incamminarci seguendo il solco della tradizione. Diamo la parola ad una ipotetica azienda appaltatrice (del nord?) che attraverso i media (va bene anche questi del nord), recapita alla nazione una serie di messaggini del tipo: la gestione della rete idrica nelle regioni del sud è più onerosa a causa dei maggiori interessi pagati per il credito dalle ditte appaltatrici (che poi saranno del Nord. E quindi attingeranno al credito nelle regioni dove hanno sede legale); a causa della solita maggiore penetrazione criminale, il rischio economico per la manutenzione, l’assicurazione e la gestione ordinaria della rete è più elevato nelle regioni meridionali.
Bisogna anche riflettere attentamente sulla reale possibilità della montagna di denaro sporco che verrebbe lavato con l’infiltrazione criminale nella gestione dell’acqua (esempi già arrivano dalle Serre calabresi). Immagino inoltre che verranno abolite le reti che non procureranno un adeguato ricavo (solo mania di persecuzione, o la storia che si ripete?). La disponibilità idrica per abitante è maggiore nelle regioni del nord (vero e di gran lunga) e quindi, benché comunque sufficiente, ci porteranno l'acqua da su (giù la stanno inquinando tra l’altro), perché su è più economica (per chi la porta si intende), ma poi c'è il trasporto e quindi comunque non comporterà riduzione di costi per il padre di famiglia terrone. Eccetera, eccetera…
Pur volendo essere benevoli, come avviene da più di centocinquanta anni, un’ennesima legge imposta al meridione che (magari per la restante parte del paese potrebbe forse andare bene, anche se dopo l’esempio toscano, dove si è privatizzata in maniera massiccia la gestione dell’acqua, con costi lievitati e servizi rimasti tali e quali se non peggiorati, ne dubito) non tiene affatto in considerazioni la realtà e le condizioni socioeconomiche specifiche del sud. Con il risultato di avere conseguenze devastanti e delle cui responsabilità verranno come sempre accusati i meridionali stessi per il solo torto di averla subita.
Difendere l'acqua pubblica quindi, soprattutto per i terroni, è qualcosa che va al di là della diatriba acqua pubblica - acqua privata. La lotta per l'acqua è lotta di resistenza, o se preferite, un fronte del brigantaggio moderno a cui siamo chiamati a prendere parte (nelle forme consentite dal nostro ordinamento e, se chiamati a governare, rendendo efficiente la gestione pubblica, evitando così di porgere il fianco al cinismo liberista) se non vogliamo che le parole di Franceschiello:
" …non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere!" si rivelino come una profezia ottimistica. Perché oltre l'acqua, dopo le banche, le industrie, l'economia, la terra e l’aria inquinata, rimarrà solo l'anima. Ma solo per chi ci crede...

Nicola Salerno

mercoledì 13 aprile 2011

Via il segreto di Stato dai documenti tra il 1860 ed il 1870!



Importante passo avanti verso la verità storica dell’Unità di Italia, per anni coperta dal segreto di Stato.
Il Consiglio regionale della Campania ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere quello che, a tutti gli effetti, resta un ‘Segreto di Stato’ su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’ Italia, nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si è impegnata a fare da tramite presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca, una volta per tutte, cosa effettivamente sia successo in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. Lo ha annunciato Anita Sala, consigliere regionale campano dell’Italia dei Valori e promotrice dell’ordine del giorno.
”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia, il Sud ritiene che non possa più reggere l’ impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.
Quante pagine come quella dell’eccidio di Pontelandolfo restano ancora secretate? Più volte abbiamo scritto su Il Sud della necessità di rivedere l’Unità, anche per restituire dignità alle migliaia di persone trucidate dalle truppe garibaldine o piemontesi. Sarebbero opportune azioni anche dal “basso”, dal popolo per chiedere che l’indegno segreto di Stato che ha condizionato la storia degli ultimi 150 anni venga rimosso. Ma a chi interessa? Vuoi vedere che i meridionali non sono così terroni come li hanno descritti?

Fonte: Il Sud.eu

domenica 27 marzo 2011

Essere per i briganti non giustifica lo sfregio ai nostri monumenti!!!

Da "Il Mattino" di Napoli di venerdì 25 marzo 2011, leggiamo nell'articolo di Paolo Barbuto del nobile intervento dell'amico Oreste Albarano, architetto napoletano che vive e lavora a Roma ed è iscritto al Partito del Sud.
L'amico Oreste dopo aver letto di una scritta sulle colonne di Piazza Dante, pur non nascondendo le sue simpatie per i "briganti" e per la verità storica, ha deciso con altri volontari di pulire il monumento del Foro Carolino dallo sfregio della scritta "viva il brigantaggio".
Bravo Oreste...al di là delle idee, i nostri monumenti non si sporcano e vanno sempre tutelati e difesi!

---------------------------------------------------------------------------------



Piazza Dante, parte il restauro "fai da te".
Il degrado: un gruppo di volontari pronti a pulire il monumento dopo lo sfregio della scritta "viva il brigantaggio".

di Paolo Barbuto

Il colonnato di piazza Dante, sfregiato da un manipolo di teppisti con la gigantesca scritta "viva il brigantaggio", sarà ripulito gratuitamente da un gruppo di volenterosi capitanati dall'architetto Oreste Albarano che vive e lavora a Roma e, dopo aver letto la cronaca dello scempio, si è messo subito in moto: "siamo pronti, già in viaggio per Napoli, inizieremo subito", ha detto con entusiasmo. Il "subito" dell'architetto Albarano significa stamattina. A partire dalle 10 un gruppo di esperti restauratori sarà già al lavoro davanti al colonnato; ed è piacevolmente emozionante sapere che il lavoro sarà fornito in forma gratuita, per dare un segnale di speranza alla città, ma anche per scuotere le coscienze. Per cui è giusto rendere merito alla società che ha messo a disposizione i lavoratori e materiali speciali; si chiama impresa "Valentino" ed è specializzata in restauri. L'incredibile circuito virtuoso che si è messo in moto di fronte allo scempio di piazza Dante, è nato nella capitale ed è scaturito da un moto di rabbia. L'architetto Albarano che lavora per il ministero per i beni e le attività culturali, l'altro giorno a Roma sfogliando il Mattino si è trovato di fronte alla notizia dello sfregio alla colonnato e non ha resistito alla rabbia. Innanzitutto ha scritto una lunga lettera al nostro giornale, poi mi ha chiamato alla sovrintendenza di Napoli e ha chiesto "posso intervenire?". Siccome la burocrazia non consente di sapere chi deve intervenire, quando e perché, l'architetto ha deciso di passare all'azione senza chiedere troppe spiegazioni. Nella lettera, accorata, giunta in redazione l'altro pomeriggio, l'architetto Albarano non ha nascosto di essere un sostenitore delle idee revisioniste sull'unità d'Italia: "ma questo non potrà mai giustificare un atto teppistico come quello che si è verificato al Foro Carolino", ha scritto sottolineando l'antico nome borbonico dell'attuale piazza Dante per rendere ancora più vera e severa la sua protesta contro lo sfregio che parla di briganti ma che è stato effettuato semplicemente da teppisti. E per dimostrare il suo affetto nei confronti della città,Albarano ha ricordato, nella lunga lettera "d'amore" alla città di Napoli, il brano di un'opera di Sergio Bruni e Salvatore Palomba: "Pulcinella. Piedigrotta non c'è più e fa il serio anche tu, perché questa città non vuole più solo ridere, perciò toglie la maschera e comincia anche tu a rendere questa città più vera. Non è solo quella vecchia storia di maccheroni, pizza, mandolini. Comincia tu ad insegnarci come renderla più vivibile". È siccome Albarano ha voglia di dimostrare che "Pulcinella" può fare realmente qualcosa per la città, si è messo in gioco in prima persona: è avvenuto a Napoli e ha fatto partire l'organizzazione. Innanzi tutto è andato personalmente a Piazza Dante e ieri pomeriggio per guardare da vicino lo sfregio e a capire come rimediare. Ha scoperto che la scritta è stata fatta con bombolette di vernice spray metallizzata, che aggredisce con forza le superfici ed è difficilissima da rimuovere. "Il primo passo dei restauratori sarà quello di bagnare la vernice con impacchi chimici speciali, poi si cercherà di ripulire tutto con getti d'acqua ad alta pressione. Impossibile usare sabbia o materiali particolarmente aggressivi che rovinerebbero la pietra. Comunque riusciremo a cancellare quello schifo". La sfida: la squadra dell'architetto Albarano arriva da Roma "non aspettiamo i tempi della burocrazia".
Arch. Oreste Albarano - Partito del Sud

lunedì 21 febbraio 2011

Le strade del Sud dedicate al “macellaio dei Meridionali” - di Marisa Ingrosso


Un bell'articolo di Marisa Ingrosso, giornalista de "La Gazzetta del Mezzogiorno" sullo sconcio delle strade e piazze meridionali dedicate ad un vero e proprio "criminale di guerra", il generale Cialdini, tanto bravo a sterminare popolazioni inermi ed a vincere battaglie solo quando era in schiacciante superiorità (come a Castelfidardo quando vinse contro l'esercito papalino che era 4-5 volte numericamente inferiore), tanto codardo e perdente quando aveva di fronte un esercito ben schierati e ben organizzati. Fu un fulgido esempio di "eroe risorgimentale", come i tanti generali piemontesi protagonisti di disfatte memorabili come i vari La Marmora, Persano, Cadorna etc etc...basta leggere il libro del piemontese Del Boca, "Maledetti Savoia", per avere decine di esempi di tali "eroismi".
Cialdini è giustamente definito dalla brava giornalista "macellaio dei meridionali", non dimentichiamo che fu l'autore di vere e proprie stragi nella repressione del "brigantaggio post-unitario", ad esempio la più famosa fu quella dei paesi sanniti di Pontelandolfo e Casalduni. Lì dove c'era il "brigantaggio" e c'era stata un'uccisione di soldati piemontesi, diede il via ad una spietata carneficina di popolazione civile, compresi donne, vecchi e bambini...con una rappressaglia numericamente degna dei peggiori nazisti, e, quando diede l'ordine, disse ai suoi:
"Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra."

----------------------------------------------------------------------------------

Chissà se lo sanno. Chissà se quelli che abitano nelle piazze e nelle vie intitolate ad Enrico Cialdini sanno chi fu quell’uomo. Sulla targa leggono «generale». Ma lo sanno contro chi combatté? Sanno che il suo nomignolo era «macellaio dei meridionali»?

Facendo una ricerca su alcuni stradari abbiamo verificato che questa toponomastica è presente in Puglia da nord a sud. Per esempio, a Monopoli, Carbonara, Altamura, Rutigliano, Giovinazzo e Bitonto (Bari); Barletta, Andria e Bisceglie (Bat); San Severo (nel Foggiano); Nardò e Trepuzzi (nel Salento); San Pancrazio Salentino (Brindisi); Massafra (Taranto). In Basilicata c’è via Cialdini a Stigliano (in provincia di Matera).

E allora è bene chiarire che questo generale modenese Enrico Cialdini fu, obiettivamente, un capace condottiero. Portò l’esercito sardo-piemontese alla vittoria contro i Borbone (la famiglia regnante nel Mezzogiorno). Poi ebbe l’incarico di guidare la repressione del brigantaggio (movimento armato che si opponeva ai piemontesi e rivoleva i Borboni sul trono), ed anche qui riuscì nell’intento. Ma va pure detto che, sotto il suo comando, le truppe si accanirono sulla popolazione del Sud. Con lui vi furono carneficine di civili.

Giusto per fare due esempi, ai suoi ordini, il 17 febbraio 1861, fu letteralmente rasa al suolo Mola di Gaeta, a colpi di cannone. Poi, dopo l’unità d’Italia, con Cialdini nominato luogotenente dell’ex Regno delle Due Sicilie e, sotto il suo comando supremo, i bersaglieri ebbero mano libera nel vendicare un gruppo di loro commilitoni. Per l’esattezza, quarantacinque soldati che furono trucidati da briganti e contadini. Gli insorgenti meridionali si abbandonarono a raccapricciante crudeltà: il corpo del tenente Augusto Bracci fu decapitato e la testa fu portata in trionfo.

Per risposta, i bersaglieri non diedero la caccia agli assassini. Non effettuarono rastrellamenti a raffica, arresti a decine. No, i bersaglieri, il 13 agosto 1861, piombarono negli abitati di Pontelandolfo e Casalduni e fecero carne da porco. Le testimonianze dell’epoca riferiscono di militari addestrati e armati fino ai denti che entravano in casa di civili e – prima di appiccare il fuoco, uccidevano la gente con la baionetta e a fucilate.

Al termine del massacro, quasi si fecero vanto di aver ridotto i due paesi in cenere.

Aurelio Lepre (in La storia. Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, Zanichelli ed.) riporta le parole di uno dei militari, un ufficiale dell’esercito che fu testimone: «Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne distrutto».

E Giovanni De Matteo in Brigantaggio e Risorgimento (Alfredo Guida editore) scrive che il giorno dopo la carneficina il luogotenente colonnello Gaetano Negri, telegrafò al comando generale la lieta novella. Questo il testo del messaggio: «Giovedì 14 agosto 1861. Ieri all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora».

Al massimo responsabile di quelle stragi, la Puglia e la Basilicata hanno tributato il riconoscimento più ambito, eternandone il ricordo. Spesso le vie sono in posizione centrale. Addirittura, a Barletta, in via Cialdini, sorge la scuola elementare.

Invece, a chi lottò sul fronte opposto, agli insorgenti che affrontarono le milizie di Cialdini, non è stato intitolato alcunché. Non risultano vie, vicoli o tratturi, a ricordo di Pontelandolfo, di Casalduni, o delle vittime civili della conquista del Sud Italia da parte del Nord.

E giusto? E sbagliato? Ciascuno, oggi, è libero di valutare.


Fonte: “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 18 febbraio 2011

martedì 9 novembre 2010

Caro Roberto....



Caro Roberto,
ieri ho visto in TV la prima puntata della trasmissione su RAI3 ed ero contento di farlo, soprattutto perchè finalmente un napoletano stimato da tutti parlava in TV e dava un'immagine diversa della mia città, della nostra amata terra. Un'immagine di impegno civile e di coraggio, così diversa dallo stereotipo del napoletano che butta il sacchetto di spazzatura dalla finestra.
Aggiungo che ho sempre ammirato il tuo coraggio di denunciare e di lottare con la tua attività di scrittore le nefandezze della Camorra; mi sono vergognato quando ho saputo che nel mio quartier di origine, nel mio quartiere borghese dei "benpensanti" che è il Vomero, non sei riuscito ad affittare un appartamento perchè la gente "aveva paura".
Devo però dirti che, mentre ho apprezzato l'intervento su Falcone, non ho apprezzato per niente la scena del tricolore e del richiamo alla "Giovine Italia" ed al suo giuramento, questa stantia retorica "risorgimentale" lasciamola a quelli del Nord, noi meridionali non ce la possiamo permettere, anche perchè e' un'offesa alla nostra memoria meridionale e napolitana (il termine "napolitano" e' stato utilizzato fino al 1861 per tutti i meridionali fino a Reggio Calabria). Non ce la possiamo permettere soprattutto perchè dopo 150 anni il "belpaese" non e' unito nei fatti: nelle infrastrutture, nelle possibilità di trovare un lavoro, nella considerazione che si ha per gli "altri" italiani e soprattutto nelle prospettive. Io che sono un ingegnere napoletano che lavora lontano dalla sua città, come tanti altri, sono pieno di risentimento e rancore verso questo paese che davvero unito non e' da quel fatidico 1861. Da quando, con una guerra non dichiarata e con un'invasione di mercenari in camicia rossa, ci fu una conquista militare sabauda che ha smentito clamorosamente tutti i grandi ideali di cui parlava Mazzini, da allora, oggi come ieri, per noi meridionali spesso esiste un solo destino: "o briganti o emigranti".
E permettimi di aggiungere che la malattia delle mafie e camorre peggiorò proprio allora, quando Garibaldi si fece aiutare senza scrupolo dai "picciotti" di mafia in Sicilia e il Ministro Liborio Romano, uno dei primi esempi di gattopardismo e trasformismo meridionale, si fece aiutare dai camorristi di Tore 'e Crescienzo per "mantere la quiete" e per sorvegliare i seggi di un plebiscito truffa per l'annessione (votò meno del 2% della popolazione con imbrogli di tutti i tipi)...oggi quella malattia e' diventanta un cancro, contro il quale tu e tanti coraggiosi lottate senza tregua. E io da napolitano e da meridionale sono decisa a combatterla insieme a te, ma per favore non facciamolo nel nome di Mazzini o Garibaldi o Vittorio Emanuele II...e' come per un ebreo vedere uno di loro con il Mein Kampf!!!
Qui non si tratta di "dividere" un paese che, scusami se lo ripeto, e' già diviso nei fatti, vedi i cori che accompagnano i napoletani e i meridionali in genere negli stadi di tutt'Italia o le deliranti affermazioni di ministri e politici della Lega Nord (ideale proseguimento delle dichiarazioni razziste di Lombroso o dei proclami di generali piemontesi come Pinelli e Cialdini, dei veri criminali di guerra!!!), si tratta di ristabilire la verità storica e riprenderci una dignità di popolo che ci è stata levata sempre da quel fatidico 1861.
Ovviamente non si tratta nemmeno di contestare l'Unità in sè, ma il COME e' stata fatta e le sue conseguenze, per il Sud un destino da colonia di consumatori di prodotti e servizi del Nord.
Per anni ci hanno inculcato queste schiocchezze alla De Amicis dei "fratelli d'Italia", solo in pochi hanno denunciato gli errori e gli orrori di una guerra civile durata quasi 10 anni e il regime sabaudo che fu molto peggio di quella borbonico, come disse Gramsci "lo stato italiano (leggasi piemontese) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.
Decine di libri di scrittori, giornalisti e storici, stanno facendo negli ultimi anni opera di revisione storica, l'ultimo e di maggior successo e' il bellissimo "Terroni" di Pino Aprile che per noi e' una sorta di libretto rosso di Mao.
Ovviamente non aspiro a tornare ad antiche monarchie, ma non si capisce perchè noi meridionali non possiamo essere orgogliosi del periodo del Regno delle Due Sicilie che, con le sue luci ed ombre, era un regno pacifico ed indipendente oltre che "italiano" o meglio "napolitano" a tutti gli effetti. Noi non dobbiamo inventarci uno stato che non e' mai esistito come la Padania o inventarci simboli celtici!
Non e' nostalgia, e' voglia di verità e di giustizia...la stessa che tu ci hai messo nei tuoi libri, solo ricordando le centinaia di migliaia di morti come "briganti" che in realtà erano contadini meridionali che si ribellarono ad un'invasione, ricordando le città eccidiate come Pontelandolfo, le fabbriche napoletane mandate in rovina come Pietrarsa dove mandarono i bersaglieri a sparare sugli operai che scioperavano dopo il ridimensionamento delle attività, le ferriere calabresi di Mongiana smontate per trasferirle al centronord...Solo così, con la nostra dignità di popolo, potremo trovare una nostra strada per il riscatto del Sud e di uno sviluppo sostenibile e la smetteremo di inseguire "modelli" che ci vengono dal "civile" nord del paese.
Ti saluto con immutata stima e affetto napoletano,

Enzo Riccio
Segr. Organizzativo Nazionale
PARTITO DEL SUD