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giovedì 18 luglio 2013

Partigiani meridionali in Piemonte. Un’indagine che brucia un pregiudizio…

Di Chiara Fera

Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte
Per rispondere a questa domanda e gettare alle ortiche un insulso luogo comune secondo cui i meridionali sarebbero stati a guardare, il Consiglio regionale del Piemonte, auspice il suo vicepresidente Roberto Placido, di concerto con Claudio Dellavalle, presidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della Società contemporanea “Giorgio Agosti”, ha dato alle stampe un volume prezioso.
Titolo dell’accurata ricerca, realizzata con il contributo di tutti gli Istituti della Resistenza del Piemonte e con l’obiettivo di  promuovere un’indagine  sull’apporto di quei giovani e meno giovani dell’Italia del Sud che fecero parte, con ruoli e responsabilità diverse del movimento di Liberazione: “Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945”.
Per fare il punto sulla documentata ricerca che nel Nord indica seimila partigiani meridionali (di cui mille calabresi) ed illustrata a in un  convegno  su “Resistenza e meridionali” svoltosi a Torino, ma anche per tentare di chiarire meglio una delle questioni laterali (l’apporto dei meridionali alla Resistenza) ma cruciale per il processo unitario del Paese  che ormai, nonostante quale voce stonata, è più che consolidato, abbiamo interpellato il  vicepresidente del Consiglio regionale  Roberto Placido.
Sul ruolo del meridionali nella Resistenza non mancano pubblicazioni anche significative, né sono  mancati i riferimenti a personaggi di primo rilievo sia per l’attività politica, sia per l’attività militare. In che cosa la ricerca in questione può essere considerata originale?
La ricerca intende affrontare la partecipazione e il ruolo avuto da migliaia di giovani meridionali nella resistenza nella nostra regione non come un contributo aggiuntivo,  ma come un elemento costitutivo della lotta di liberazione. Quindi, come un dato che costringe a ripensare l’insieme del movimento e il suo significato generale,  nazionale. La Resistenza è stata sempre vista come fenomeno circoscritto al Centro-Nord del Paese. Le generazioni di origine meridionale che negli anni, in Piemonte e nelle altre regioni, hanno partecipato alle manifestazioni celebrative sono sempre state mosse da motivazioni politico-idelogiche  più che da un sentimento dovuto alla partecipazione attiva alla lotta di Liberazione. Oggi, questa ricerca ed il convegno organizzato a Torino , riconducono a un orizzonte di insieme, integrando lo sguardo da Sud con quello da Nord, così che l’approfondimento delle conoscenze possa portare ad una giusta valorizzazione di quell’esperienza. D’ ora in avanti, anche i discendenti di chi ha partecipato a quella straordinaria esperienza, potranno sapere, con orgoglio, di essere stati protagonisti della costruzione della democrazia italiana. Di qui la necessità non solo di un rapporto integrato tra i ricercatori, ma in primo luogo delle istituzioni, nazionali e locali, per creare le condizioni per poter procedere in modo unitario. Il convegno tenutosi a Torino il 16 giugno scorso, in cui erano presenti oltre alla Regione Piemonte, le sei Regioni meridionali e la vice Presidente del Senato, senatrice  Fedeli, hanno rappresentato bene questa esigenza unitaria. Lo straordinario successo del convegno, successo di pubblico e di presenze istituzionali,  fa ben sperare  sulla possibilità di realizzare la ricerca, attivando sia gli Istituti storici della resistenza, sia associazioni e singoli ricercatori interessati su obiettivi comuni
Può citare eventi specifici o nomi di meridionali che, partecipando alla Resistenza in Piemonte, hanno pagato prezzi elevati per quelle scelte e verso i quali la sua regione ma direi il Paese hanno  un enorme debito di riconoscenza?
Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché nelle formazioni piemontesi entrarono molti giovani meridionali, di diversa estrazione sociale, di diversa formazione: in altre parole una parte significativa della migliore gioventù meridionale. In appendice al volume, che  si è voluto preparare per dare risalto e concretezza alla proposta di ricerca e che è stato presentato al convegno del 16 giugno, sono riportati centinaia, migliaia di nomi di partigiani meridionali. Rispetto ai dati di cui oggi si disponiamo, ad esempio sono circa un migliaio i partigiani di origine calabrese.  Per altro nella prima parte del volume sono riportati alcuni storie e profili di singoli combattenti  per far cogliere, a puro titolo di esempio, le molte articolazioni con cui quella presenza si è manifestata. Il profilo della singola persona, del singolo partigiano va assolutamente riconosciuto e valorizzato. Però è anche vero che quando si supera una certa soglia quantitativa i comportamenti individuali producono effetti collettivi complessi, che richiedono per essere compresi di essere collocati nelle vicende degli anni 1943-45.
Com’è avvenuta l’aggregazione dei meridionali nel movimento di liberazione piemontese? Quali sono state le ragioni e le dinamiche fondamentali?
Si possono riconoscere due percorsi: il primo è costituito da quei meridionali che vengono sorpresi dall’8 settembre mentre stanno svolgendo il servizio militare in Piemonte. Se riescono a sfuggire ai tentativi di cattura da parte dei tedeschi, hanno due scelte: nascondersi o aggregarsi alle formazioni partigiane che si vanno costituendo. Un secondo percorso riguarda i meridionali che sono già in Piemonte, o perché immigrati negli anni precedenti o perché nati in Piemonte da famiglie di meridionali immigrate a partire dagli anni del primo dopoguerra. Malgrado gli ostacoli frapposti dal regime fascista, i flussi immigratori non si fermarono e portarono, soprattutto nei centri industriali, soprattutto a Torino, quote consistenti di immigrati da Sud, un’anticipazione del massiccio esodo che si produrrà negli anni Cinquanta. L’aggregazione fra meridionali segue percorsi diversi: può derivare dal fatto di essere militari nella stesso reparto o nella stessa caserma, o di essere relativamente vicini alle basi delle formazioni partigiane. La scelta può essere immediata oppure essere il risultato di una valutazione più meditata e quindi dilazionata di qualche mese. A volte dipende molto dall’ esigenza di mantenere un rapporto tra “paesani”,  come espressione di una solidarietà regionale che l’uso del dialetto rendeva immediatamente evidente.
Nella ricerca sono inserite mirabilmente due storie esemplari di partigiani meridionali, quella di Nunziato di Francesco che  nasce a Linguaglossa (Catania)  e di Michele Ficco di  Cerignola (Foggia)…Vuole ricordare qualche storia tra i  mille calabresi che hanno combattuto fascisti e nazisti?
Tra i calabresi a puro titolo esemplificativo si possono ricordare i fratelli Nicoletta, originari di Crotone, che ebbero un ruolo notevole fin dalle prime battute nell’organizzazione del movimento partigiano nelle valli a ovest di Torino, in un’area che conobbe scontri durissimi e continuamente rinnovati tra tedeschi e fascisti e formazioni partigiane di diversa ispirazione. Giulio Nicoletta interpretò in questo contesto un ruolo originale di comandante-mediatore riconosciuto da tutte le  formazioni presenti in quelle valli. Oppure,  si può citare il nucleo di ufficiali di origine calabrese che divennero una parte importante delle strutture di comando delle formazioni garibaldine nel Biellese orientale o le decine di giovani calabresi, che caddero in quei mesi e per i quali la ricerca dovrebbe aiutarci a rinnovare ricordo e gratitudine.
 Si può asserire, senza nulla togliere a nessuno, che probabilmente i meridionali che hanno aderito alle lotte partigiane in Piemonte ma in generale nel Nord del Paese, correvano rischi anche più grossi?
Certamente i giovani di origine meridionale che operarono nelle fila della resistenza piemontese si trovavano obiettivamente in una condizione di maggiore difficoltà rispetto ai loro coetanei piemontesi,  perché la loro condizione di sbandati non era compensata da nessun retroterra ( familiare, di comunità) su cui contare per sfuggire alla minaccia della cattura, della deportazione o dell’uccisione. Erano cioè più esposti al rischio. Nei contesti rurali, questo rischio poteva essere contenuto da atteggiamenti diffusi nella popolazione di protezione nei confronti di giovani che il più delle volte condividevano con i locali una comune cultura contadina.
La presenza di tantissimi meridionali in Piemonte nel triangolo industriale, molti dei quali sono stati partigiani,   non ritiene sia dovuta anche ai flussi migratori provocati subito dopo l’Unità  dal modello squilibrato di sviluppo che è stato imposto all’Italia: il Mezzogiorno come bacino di  forza lavoro da utilizzare per l’industrializzazione del Nord?
Come si è accennato prima,  l’approfondimento di quella componente meridionale della resistenza, che deriva dai flussi migratori degli anni Venti e Trenta, è certamente un obiettivo della ricerca, che non sarà facile cogliere fino in fondo per la difficoltà di disporre di una adeguata documentazione. Tuttavia,  è un percorso da tentare per due ragioni principali: la prima deriva dal fatto che abbiamo esempi particolarmente significativi della rilevanza del problema ( vedi ad esempio la figura di Dante Di Nanni); la seconda che questa dimensione ci apre un territorio poco frequentato che riguarda la partecipazione alla lotta di resistenza nelle realtà urbane, in cui lo scontro ha un tasso di pericolosità spesso più elevato rispetto alle formazioni che operano nelle valli e comunque in un ambiente contadino. Questo tipo di partecipazione alla lotta,  richiede motivazioni politiche più definite, soprattutto in rapporto ai movimenti di lotta che si manifestano nelle fabbriche in parallelo con la lotta armata delle formazioni partigiane.
Quando diciamo che sono stati  tantissimi i  meridionali tra i partigiani in Piemonte, possiamo andare oltre e fornire  qualche numero  preciso, magari spiegando come si è giunti alla determinazione del dato? 
I numeri che sono stati forniti derivano da un grosso lavoro compiuto in occasione delle celebrazioni del cinquantesimo della Liberazione dagli Istituti piemontesi. Venne allora costruito un data base che ha reso disponibili i dati su ogni singolo partigiano che aveva richiesto dopo la fine della guerra il riconoscimento dell’attività svolta. I dati sui partigiani meridionali derivano da   questo data base, che è una fonte preziosa, ma che richiede oggi alcuni interventi di affinamento e completamento.
Si può anche individuare, grosso modo, l’orientamento politico dei meridionali che aderirono al movimento di liberazione ?
Salvo qualche caso si può avere solo un’indicazione indiretta sull’orientamento politico delle formazioni di cui i partigiani meridionali fecero parte. Va tenuto presente che si tratta di un indicatore di massima, perché non c’è un rapporto diretto tra il colore della formazione e la scelta politica dei partigiani che in essa militano. Sulla fedeltà politica prevale quella di appartenenza e, quindi,  di rapporto personale con il comandante o con i compagni. La banda partigiana, rispetto ad una formazione militare tradizionale, ha un tasso elevato di autonomia che dipende dal rapporto tra i comandanti e i singoli partigiani. Inoltre, gran parte dei partigiani sanno poco o nulla di politica; salvo il caso di una minoranza che viene dall’antifascismo storico, la prima maturazione politica per molti di loro avviene nel corso di quell’esperienza eccezionale che fu la lotta di liberazione. Da questo punto di vista, diventa interessante riuscire a seguire le vicende dei partigiani nel dopo liberazione, per cercare di capire come quell’esperienza poté incidere sugli orientamenti successivi e sulle loro scelte di cittadini.
Per lo più sono stati gregari o si individuano tra  meridionali personalità di spicco? 
Questa è una domanda da verificare con la ricerca. Per ora,  possiamo dire che furono di origine meridionale comandanti tra i più prestigiosi e amati del movimento partigiano piemontese. Possiamo citare Pompeo Colajanni o il già ricordato Giulio Nicoletta. Così come tra i cosiddetti gregari possiamo citare figure splendide di protagonisti che seppero dare un’impronta precisa al loro impegno fino alla prova estrema. La ricerca su questo piano ci potrà riservare interessanti sorprese e forse a scoprire una forte omogeneità di comportamenti tra partigiani che pure provenivano da contesti lontanissimi.




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domenica 19 febbraio 2012

Il Generale dei briganti...e la guerra di resistenza

 Pubblico quest'artico dell'amico Zenone dal sito www.eleaml.org condividendo in gran parte l'articolo,  soprattutto sulla pochezza della fiction, ma con alcune precisazioni e considerazioni personali.



E' vero che il brigantaggio fu un fenomeno complesso e variegato, nel quale confluirono vari aspetti e varie "anime"...ci fu sicuramente quella "legittimista", come il Sergente Romano o i tanti soldati borbonici che la combatterono o i pochi nobili che arrivarono dall'estero, come e' vero (per onestà intellettuale bisogna dirlo e non negarlo come dall'altra parte si nega tutto il resto...) che ci fu anche la componente delinquenziale che non fu, come si vuole sempre affermare nella storiografia ufficiale e risorgimentale, quella predominante.
La componente "sociale" del brigantaggio però non può essere assolutamente trascurata...non perché un tema caro ad una certa "sinistra" caro Zenone...ma perché il conflitto tra "cafoni" e "galantuomini" divenne più duro proprio con l'Unità o meglio la "malaunità" d'Italia, con la fine dei demani pubblici e degli usi civici ed il nuovo durissimo regime fiscale, la leva militare molto più pesante...del resto lo dice anche un grande meridionalista e "revionista" che non proveniva propriamente da sinistra come Angelo Manna ed un'altra prova si ha anche con i territori del Regno delle Due Sicilie maggiormente interessati al brigantaggio e poi sottoposti alla vergognosa legge Pica, praticamente quasi tutte le province con l'eccezione delle zone di Napoli, Bari, Reggio Calabria...proprio le zone dove il problema della "terra" era meno importante. Inoltre è noto che proprio Carmine Crocco passò dalle fila dei garibaldini a quelle dei "briganti" con un concetto molto personale della fedeltà alla dinastia dei Borbone delle Due Sicilie, per lui si potrebbe parlare di un napolitano "murattiano" tant'e' vero che entrò subito in disaccordo con Borjes e la rottura definitiva ci fu proprio prima della possibile conquista di Potenza che poi (purtroppo) fallì. 

Secondo me fu una grande rivolta sociale ed anche una guerra civile di resistenza (altrimenti non sarebbe durata 10 anni e non sarebbero stati necessari più di 100.000 soldati per reprimerla...d'accordissimo!) per un nuovo regime che peggiorò le condizioni della classe più povera e che, anche su questo invece sono completamente d'accordo, gettò le basi per una dis-unità d'Italia tra Nord e Sud (odio sinceramente mi pare eccessivo....tranne per poche menti deviate nelle valli padane...), per una "questione meridionale" che ebbe inizio nel 1861 e non prima e che dura ancora ai giorni nostri, con un territorio colonizzato e desertificato sacrificato sempre per la prosperità del resto del paese.

Enzo Riccio

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Il Generale dei Briganti e la Guerra di Resistenza

di Zenone di Elea
RdS, 14 Febbraio 2012
Il Generale dei Briganti e la Guerra di Resistenza di Zenone di Elea  RdS, 14 Febbraio 2012
REGISTA: Paolo Poeti
Filmografia
Ciao nì! (1979)
Senza scampo (miniserie televisiva) (1989)
Amico mio (1993)
Mamma mi si è depresso papà (1996)
Compagni di branco (1996)
Amico Mio 2 (1998)
Il mistero del cortile (1999)
Il rumore dei ricordi (2000)
Cuccioli (2002)
Tutti i sogni del mondo (2003)
Amiche (miniserie televisiva) (2004)
Pompei, ieri, oggi, domani (2007)
Il generale dei briganti (miniserie televisiva) (2012)
Sceneggiatura
Amico mio (1993)
Mamma mi si è depresso papà (1996)
Quello che mi ha fatto incazzare di più ieri sera non è stato tanto la fiction in sé ma il palinsesto della serata, quella collocazione prima del Porta a Porta sulle foibe (dove fra l'altro una storica ha dimostrato la fragilità e la inconsistenza del mito degli “italiani brava gente”).
Come è possibile – lo abbiamo scritto e lo riscriveremo fino alla nausea, se necessario – che si faccia luce su orrori relativamente vicini nel tempo e ci sia una censura persistente su quegli orrori che hanno gettato le fondamenta di uno stato sommamente ingiusto, che tollera ancora un paese scisso in due parti, una ricca e civile  (il Nord) ed una povera e dannata (il Sud).
Il razzismo che impedisce ad un napoletano residente a Venezia di poter liberamente sottoscrivere un contratto con una assicurazione solo perché è nato a Napoli è sì cronaca di questi giorni ma è figlio del cosiddetto risorgimento.
Una sorta di miracolo che vide una penisola divisa da secoli in tanti staterelli unirsi in appena un paio di anni.  Sol perché conveniva all'equilibrio geopolitico del mediterraneo e alle due superpotenze dell'epoca, Inghilterra e Francia.
L'appoggio inglese all'impresa del Garibaldi fece da contraltare all'appoggio francese alla politica cavouriana del carciofo. Poi finimmo per pagare amaramente tutti questi aiuti “disinteressati”, non solamente noi meridionali con la perdita del nostro stato indipendente ma anche come italiani per pagare i debiti contratti dal Piemonte per finanziare la sua politica espansionistica. Alcune banconote della novella Italia si stamparono non solo in Inghilterra ma addirittura negli Stati Uniti.

Ritorniamo però alla fiction. Si chiude con la ovvia scritta del “liberamente tratto”. Fin qui nulla di male, possiamo anche accettare come normale parto della fantasia degli autori la figlia di Crocco col nome di Libera, anche se il ballo fra l'ammanettato generale dei briganti e la sua donna è patetico da tutti i punti di vista.
Quello che però è inaccettabile è la solita riduzione del brigantaggio ad uno scontro fra una manciata di straccioni e delinquenti e i due stati (borbonico e italiano) che si avvicendarono in quegli anni. Il ridurre una guerra di veri e propri partigiani (termine questo che si trova anche in pubblicazioni straniere dell'epoca) ad un problema sociale – tema caro a certa sinistra, sia moderata che rivoluzionaria – ovvero al contrasto fra cafoni e galantuomini è una operazione subdola da contrastare. Lo facemmo anche a Civitella del Tronto, con un ex ufficiale della Nunziatella, contestando un pannello che riportava questa tesi.
Io sono sempre stato propenso a parlare di una guerra civile ma oggi devo convenire con Zitara (per la verità anche egli stesso qualche volta usa il termine guerra civile) che bisogna andare oltre e parlare di GUERRA DI RESISTENZA.
Se gli sceneggiatori del film avessero voluto fare una operazione onesta – come pare abbiano dichiarato in qualche intervista in cui hanno ribadito di essersi documentati – avrebbero dovuto leggere e tener conto anche di opere come quella di Tommaso La Cava, “Analisi politica del brigantaggio attuale nell'Italia meridionale” edito a Napoli nel 1865.
Nella fiction invece il brigantaggio politico viene completamente rimosso e ignorato.
Io pongo agli amici naviganti una banale domanda: se nella prima fase non avessero partecipato alla sollevazione popolare migliaia di ex-soldati borbonici ci sarebbe stato bisogno della Legge Pica? Sarebbe stato necessario impiegare 120mila uomini del neonato esercito italiano più 80mila uomini della Guardia Nazionale? Sarebbe potuto durare un decennio tale scontro?
I problemi di incomprensione reciproca, i luoghi comuni, grumi di odio (bisogna avere il coraggio di usare parole politicamente scorrette anche se ci si riferisce a cittadini di uno stesso stato) fra abitanti del nord e abitanti del sud si sedimentarono in quella lunga e feroce guerra.
Non basteranno né la retorica di Napolitano nè le fiction della Rai a sanare tutto ciò.

Zenone di Elea