Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post

sabato 18 febbraio 2012

"La rete di giovani che farà il nuovo Sud" di Lino Patruno



di Lino Patruno

Tutti a ridacchiare col film “Benvenuti al Nord”, dopo aver ridacchiato col precedente “Benvenuti al Sud”. Storie di pregiudizi fra terroni e polentoni in verità molto più vicini fra loro, a cominciare dai difetti. Ma pochi a conoscere il “Bentornati al Sud”, gruppo costituitosi in Internet e partendo da Lecce. Sono giovani meridionali andati via come altri per studiare fuori o a caccia di un lavoro, e tornati al Sud. E tornati per scelta, non nella disperazione di una sconfitta per un lavoro non trovato neanche lì. La scelta di inventarselo al Sud un lavoro, di non tradire se stessi e la loro terra, di poter dire che anche qui si può, e di dimostrarlo.


Sono finora una quarantina i componenti del gruppo, e in tutto il Mezzogiorno.

E così ecco nascere cooperative, e studi professionali, e piccolissime aziende, e partite Iva. Tutti sostenuti dal sacro fuoco della lotta e della scommessa. Magari ad arrancare e a faticare. Ma tutti con la ferma determinazione che indietro non si torna.

Ma c’è anche chi la propria terra non ha mai voluto lasciarla, e dichiarandolo, e organizzandosi insieme per riuscirci. Così ecco il “Noi restiamo in Calabria”, giovani e meno giovani che avevano tutti i motivi per abbandonare come tanti la regione più difficile d’Italia e hanno cercato di darsi altrettanti motivi per non farlo. E anche qui un fiorire spesso inaspettato di iniziative, molte legate all’antico rapporto meridionale fra l’uomo e la natura, l’ambiente come tesoro unico e irripetibile. Ma iniziative, sia chiaro, cui nessuno dà una mano, nella maledizione di burocrazie che ostacolano invece di favorire. E, purtroppo, nella maledizione dell’incendio doloso notturno, cui seguono solidarietà tanto untuose da sembrare altri incendi dolosi. Perché, per restare, si deve pagare anche un pedaggio.

Chi torna, chi resta. E chi continua ad andare. Gli ottantamila laureati o diplomati all’anno, quelli che il Sud paga col suo sangue per formare e istruire. E del cui talento, della cui cultura, del cui entusiasmo, della cui tenacia beneficia non il Sud che ne avrebbe più bisogno. Centomila euro ciascuno, è stato calcolato costare il loro famoso titolo di studio, altre risorse impiegate e perse dal Sud in un viaggio in grande maggioranza di sola andata verso altri lidi. E tutt’altro che candidati al posto fisso, che solo loro devono togliersi dalla testa nel Paese in cui è tutto fisso, dai politici ai privilegi. E un Paese in cui l’”ascensore sociale” consiste ancòra nel far diventare notaio e medico il figlio del notaio e del medico, non il figlio dell’operaio.

C’è chi parla di “tsunami sociale”, il Sud che non sarà più un Paese per giovani, sempre più da loro abbandonato, anzi già ora con meno figli che altrove. Ma c’è chi non considera solo un dramma i “piedi leggeri” dei giovani. Non un dramma nel tempo in cui si nasce col trolley alla mano. Nel tempo in cui con qualche decina di euro si va e viene da Milano. Nel tempo in cui il viaggio è il sistema circolatorio del pianeta. Nel tempo in cui la metà dei commerci internazionali si svolge via computer. Nel tempo in cui la rete di Internet ti fa stare al centro dell’universo pur restando a casa tua. Nel tempo dell’informazione globale che mette tutto a portata di tutti. E nel tempo in cui c’è chi va via per scelta, i “Terroni 2.0” per il quali la casa è il mondo.

E’ un tempo in cui le radici non sono solo legate al filo d’erba, ma alla conservazione del modo di essergli figli, del proprio senso della vita nel dialogo e nel confronto con altri. Apertura come arricchimento non come pericolo. Altrimenti nuovi muri si alzano. Perciò forse i “nuovi meridionali” saranno il futuro del Sud e dell’Italia. Se viaggiano, non sono solo emigrazione. Certo, la maggior parte sono perduti, dobbiamo vederli mettere tailleur o cravatta altrove e tornare nei loro paesi di vecchi solo a Natale e a Ferragosto. Ma pur nell’esodo come dolorosa emorragia, sono sempre più quelli che restano, cominciano a contare quelli che tornano, sono un possibile appuntamento di domani quelli andati via perché si va.

Hanno tutti la capacità di sofferenza di chi ha sempre dovuto superare più difficoltà di altri. E poi quelli che sono fuori, e sempre più spesso sentiamo dei loro successi: domani potrebbero mettersi tutti in rete con chi è restato e con chi è tornato, inventare una grande comunità non solo virtuale che inonda il Sud del loro talento ovunque sia. Perciò sono una buona notizia i “Bentornati al Sud”. Perciò sono una buona notizia gli “Io resto in Calabria”. Ma perciò non sono solo una cattiva notizia gli ottantamila all’anno col trolley. Perciò non sono affatto una cattiva notizia i “Terroni 2.0”. Chissà che per il Sud qualcosa non stia nascendo senza accorgesene. 


sabato 11 febbraio 2012

I NOSTRI GIOVANI BEFFATI E BASTONATI di Lino Patruno



di LINO PATRUNO
Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. 0 mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl). Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora I’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’ quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.