mercoledì 6 aprile 2011

ENERGIA SOLARE AL SUD ....di P. Tronca


Ricevo e posto con piacere questa nota che mi arriva da un amico del Partito del Sud, che mi scrive dalla bella terra abruzzese, con la quale vengono spiegati alcuni aspetti dell'energia solare fotovoltaica e di come possa rappresentare un'opportunità per il riscatto del Sud...


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PREMESSA

Sono convinto che l’attuale dibattito sul fotovoltaico a terra in zona agricola sia condizionato, fra l’altro, dalla poca conoscenza sia di come esso possa essere realizzato, sia dell’uso che si farà del terreno per 20 anni, sia della sua reversibilità, sia della possibilità di trovare eventuali margini di mitigabilità dell’impatto sul paesaggio (che in determinate aree devono essere nulli), solo superati i quali ne va impedita la realizzazione. Per questo motivo mi permetto di fare circolare questa mia sintetica nota come modesto contributo all’argomento, sperando che anche altri colgano il danno di una discussione priva di conoscenza di come e perché possa essere costruito in modo sostenibile un impianto fotovoltaico a terra in zona agricola.
In fondo alla nota ho inserito alcune considerazioni sulla potenzialità del fotovoltaico a terra, che vanno enunciate, anche solo teoricamente, per sfatare il luogo comune della inadeguatezza quantitativa della sua possibilità di contribuire al fabbisogno energetico nazionale.


L’IMPATTO QUANTITATIVO DEL FOTOVOLTAICO A TERRA RISPETTO ALLE AREE AGRICOLE

- L’incidenza del fotovoltaico a terra rispetto alla superficie totale delle aree agricole italiane non ha impatto devastante, come invece in questo periodo si cerca di far credere: infatti, anche se tutti gli 8 GW che saranno probabilmente raggiunti in Italia entro metà 2011 fossero stati realizzati in zona agricola, essi avrebbero occupato circa 6.000 ettari, a fronte di 13,2 milioni di ettari agricoli (6.000 ettari = pari allo 0,045%).
- Realizzare impianti a terra in zona agricola è invece indispensabile, perché solo tramite la loro realizzazione sarà possibile onorare gli impegni energetici internazionali sottoscritti dal nostro Paese.
- La destinazione d’uso del terreno su cui viene installato l’impianto fotovoltaico non determina sottrazione di superficie agricola, perché agricola rimane la sua destinazione con una progettazione sostenibile e corretta.


L’IMPIANTO FOTOVOLTAICO A TERRA SOSTENIBILE

L’aspetto costruttivo

- I pannelli, di dimensioni medie di poco meno di 1 metro per 1, 60, sono disposti in file fissate su correnti metallici ancorati ogni 2 metri circa a pali metallici infissi in terra a secco, in profilato NP100 non trattato, che, con l’ossidazione degli agenti atmosferici, assumeranno presto una coloritura simile a quella del terreno; la distanza fra le file di pali infissi a terra è mediamente di 5,20 metri. Le modalità costruttive sopra descritte garantiscono la totale reversibilità di tutti i componenti dell’impianto.


L’uso agricolo del suolo e l’interferenza con esso


- I terreni degli impianti saranno governati a pascolo in regime sodivo (magari prevedendo di fare semine di leguminose da foraggio con sarchiature leggere) e i fenomeni di ombreggiamento saranno nella maggior parte dei casi non totali – ovvero la gran parte delle superfici saranno ombreggiate parzialmente consentendo comunque la crescita di un soprassuolo prativo. Il prato sarà quindi governato con pascolo ovino che consentirà la concimazione delle superfici e l’arricchimento della componente ad humus dei suoli.
- La permeabilità del suolo interessato dall’impianto avrà caratteristiche analoghe a quelle originarie, con la differenza che esse saranno mantenute in regime sodivo piuttosto che in regime arativo. Ad oggi sono numerose le evidenze scientifiche e tecniche che indicano il continuo ricorso ad arature come una sorgente di erosione, riduzione e danneggiamento della qualità dei suoli. Il regime arativo produce alterazioni delle linee di ruscellamento, perdita di materiali verso valle, riduzione della profondità dei suoli, perdita di fertilità.
- Il fatto che superfici agricole siano sottratte al regime arativo e quindi governate a pascolo ovino, è di per sé una rotazione di lungo periodo che non fa che riproporre una pratica antica, estesa sui molti anni (20 anni) piuttosto che con cicli di rotazione ridotti (5 anni). E’ bene sottolineare che il quasi abbandono delle tecniche di rotazione (cereali, leguminose da foraggio e pascolo) è un acquisto recente delle tecnologie applicate all’agricoltura moderna e meccanizzata.
- Il paesaggio agricolo attuale è determinato dalla disponibilità di concimi di sintesi, di biocidi ad elevata efficacia utilizzati per diserbi ed altre pratiche di lotta chimica agli organismi concorrenti/commensali/parassiti, di macchinari di elevata potenza alimentati con idrocarburi fossili. Tutte queste pratiche stanno danneggiando ed hanno già danneggiato – drammaticamente – la qualità dei suoli ed i processi pedogenetici che potevano attuarsi nei suoli governati con le tecniche precedenti alla “rivoluzione verde”.
- i terreni in regime arativo, provocano anche loro un effetto albedo di riscaldamento; gli effetti di riscaldamento vanno valutati considerando che tra i pannelli c’è erba e che i suoli non vengono arati: questo è positivo rispetto ad effetti di riscaldamento locale; i suoli in regime arativo hanno un effetto climatico negativo, determinano sbalzi di temperature maggiori.
- l’ombra in se non determina la cessazione dei processi pedogenetici. I suoli migliori sono quelli di foresta che si sviluppano in ombra. I suoli migliori d’Italia si sono sviluppati all’ombra di alberi ed oggi li stiamo distruggendo con le tecniche di una agricoltura meccanizzata petrolio-dipendente.
- i processi pedogenetici non si interrompono neanche sotto un viadotto; sotto i pannelli ci potranno essere strisce di vegetazione ridotta o assente al centro dell’ombra di alcuni pannelli, ma, se l’acqua arriva sotto i pannelli, le piante si sviluppano anche in assenza di irraggiamento diretto – vanno sperimentati mmiscugli erbacei diversi per ottenere la piena copertura – questa attività di monitoraggio “attivo” sarà praticata.
- le superfici potranno essere mantenute a leguminose da foraggio, “aggiornando” periodicamente gli impianti (ogni 3-5 anni) con risemine su sarchiature leggere e superfciali e quindi potranno pascolarci sopra le pecore – necessario prevedere un sistema “chiudende” – per consentire lavorazioni e risemine, e zone di pascoli differenziate. Le siepi, che si prevede di mantenere e implementare, suddividono le aree interne all’impianto in settori, magari corrispondenti alle chiudende per il governo delle greggi.


Zone di rispetto venatorio – rifugio e ripopolamento di selvaggina


- E’ possibile un molteplice utilizzo dell’area dell’impianto. Con la collaborazione degli abitanti e con le associazioni venatorie locali, possono essere create delle “zone di rispetto venatorio”.
- All’interno dell’impianto sono previste aree dotate di piccoli recinti di “ambientamento o d'involo”, siti di foraggiamento e abbeveratoi, fondamentali strumenti per il sostentamento e la riproduzione nei periodi climatici avversi e per favorire la reintroduzione in ambiti agricoli delle specie di interesse venatorio sempre più rare.
- Grazie a questa nuova modalità di immissione può essere realizzato un rilascio di selvaggina più graduale con recinto di immissione, garantendo la presenza di specie faunistiche continuativa e prolungata intorno ai confini delle Zone di Rispetto Venatorio.


Il rapporto dell’impianto fotovoltaico a terra con il paesaggio

- Presupposto di base per la realizzazione del fotovoltaico a terra è che vengano individuate le aree di valore paesaggistico, culturale, storico e di particolare pregio agricolo su cui non deve essere possibile realizzarlo; nelle aree agricole non inibite alla installazione va poi consentita una analisi che permetta di individuare l’eventuale esistenza di un equilibrio fra la conservazione delle valenze paesaggistiche e il grado della loro detrazione generata dalla introduzione dell’impianto fotovoltaico.
- Nell’area su cui intervenire va fatta una valutazione diacronica del paesaggio, sul quale può avere inciso, negli ultimi 60-70 anni, un parziale fenomeno di abbandono delle aree più marginali e di modifica delle colture: è un paesaggio in movimento, nel quale il "passaggio" del fotovoltaico è solo un breve momento, in un territorio che subisce continue modifiche, non temporanee come quella appunto del fotovoltaico, ma permanenti.
- Il paesaggio del XV-XVI secolo non era quello del XVIII secolo, a sua volta differente da quello del XIX - metà XX secolo, diverso anche da quello di oggi. Nella tutela e nel restauro del paesaggio va certamente approfondito il tema della scelta del periodo di riferimento che nei vari casi è giusto tutelare o restaurare; in assenza di tale dibattito e delle scelte ad esso conseguenti, è possibile solo salvaguardare il paesaggio esistente garantendone comunque la conservazione.
- La realizzazione di un impianto fotovoltaico con i giusti criteri di sostenibilità e reversibilità, garantisce con certezza che l’area su cui esso sarà realizzato verrà restituita dopo 20 anni uguale a come essa era prima. Altrettanta certezza non esiste per le altre aree.
- L’impianto fotovoltaico sarà un detrattore paesaggistico a tempo determinato, di 20 anni; con il sistema costruttivo adottato e gli interventi previsti sull’area per 20 anni, l’area verrà restituita completamente integra e perfettamente conservata, con un paesaggio non modificato e mantenuto integro.
- L’impianto fotovoltaico sarà costituito da file di pannelli a tratti interrotte da siepi o da piccole aree libere, che determineranno un segno visivo estraneo al contesto paesaggistico per colori e sagome, ma che può essere non in contrasto con esso rispetto alla configurazione fisica e orografica, sia per effetto di una disposizione adeguata alla tessitura territoriale e ai segni di paesaggio lineari e puntuali, sia per effetto di mitigazioni integrate a questi segni, alle preesistenze o sopravvivenze e di ripristino di esse.


LE POTENZIALITA’ DEL FOTOVOLTAICO A TERRA IN ITALIA E GLI EQUILIBRI FRA REGIONI SETTENTRIONALI E REGIONI MERIDIONALI

- Sposando la tesi di Rifkin, gli obiettivi di ridurre i gas climalteranti e di decentrare e distribuire il più possibile sul territorio la produzione di energia elettrica, possono essere raggiunti solo attraverso lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il potenziamento capillare della rete elettrica.
- A complemento della possibilità di costruire impianti a terra in modo sostenibile, è necessario dare informazione, anche solo teorica (al di là del dibattito sugli impatti, mancherebbero ora le reti necessarie), sulla potenzialità del fotovoltaico a terra nel nostro Paese, per sfatare il diffusissimo luogo comune della sua impossibilità di contribuire al fabbisogno energetico nazionale.
- Un esempio chiaro è quello delle regioni del sud, dove la radiazione solare è più alta che in quelle del nord: un impianto fotovoltaico a Catanzaro produce circa l’11% in più che a Brescia.
- Le aree incolte e abbandonate delle regioni del centro-sud hanno una superficie di circa 20.000 kmq: su di esse potrebbero teoricamente essere installati circa 800.000 MWp di fotovoltaico, in grado di produrre quasi il quadruplo (262 Mtep) del fabbisogno energetico nazionale 2009 (circa 70 Mtep), che potrebbe essere soddisfatto utilizzando meno del 20% di esse (152.000 MWp su 3.800 kmq = 400.000 ha). Questi dati sono utili ad evidenziare la dimensione del potenziale energetico delle regioni meridionali, che, se fosse utilizzato anche solo in parte, non solo darebbe un contributo importante alla bilancia energetica nazionale, ma determinerebbe un cambiamento negli attuali equilibri economici fra regioni del nord e regioni del sud, soprattutto se si applicassero meccanismi di federalismo fiscale tali da trattenere a favore delle istituzioni locali una parte cospicua delle tasse pagate dai produttori sulla vendita dell’energia.

Ing. Pietro Tronca

Goriano Valli (AQ), 30.03.2011

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