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giovedì 18 ottobre 2012

Il 19 Ottobre alle 18.00 Ivan Esposito alla libreria Treves di Napoli presenta: La misura della terra di A. Di Gennaro


Ivan Esposito del PdSUD, con altri amici del partito fondatori della Società NoProfit PRO.TE.NEO, presentano il libro "La misura della terra" di Antonio di Gennaro, assieme all'autore presso la storica libreria Treves di Napoli.


Si invitano tutti gli amici del PdSUD e simpatizzanti per il 19 Ottobre alle 18,00 libreria Treves, Piazza Plebiscito, Napoli.





Fonte: Partito del Sud - Napoli

giovedì 14 giugno 2012

Un digestore anaerobico a Bagnoli? Il parere del PdSUD...di I. Esposito e C. Godano



Ricevo e posto con condivisione quest' articolo degli amici Ivan e Cataldo della sezione di Napoli. Per anni abbiamo detto che serviva stimolare la raccolta differenziata al posto della ricetta fallimentare di discariche ed inceneritori, ovviamente servono gli impianti di compostaggio e tra questi i migliori sono i digestori anaerobici. Quindi se si farà in modo regolare e con la partecipazione ed il coinvolgimento dei cittadini della zona, non possiamo che essere favorevoli....


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di Cataldo Gotano — Responsabile Scientifico e Ambiente
e Ivan Esposito — Vice Coordinatore Provinciale Napoli e Provincia

Progresso, trasparenza e partecipazione democratica

Bagnoli – zona ex Italsider

Un digestore anaerobico a Bagnoli. Questa è la scelta dell’Amministrazione de Magistris per contribuire a risolvere, strutturalmente, il problema dei rifiuti di Napoli.
Alcuni si oppongono all’idea ritenendola incompatibile con lo sviluppo turistico dell’area occidentale di Napoli.
Bagnoli, nella loro impostazione, sembra così passare da un sogno ad un altro, del tutto opposto. Lungo tutto il Novecento si era pensato che potesse incarnare lo sviluppo industriale della città. Oggi, che di quella realtà siderurgica e chimica rimangono solo danni ambientali e carcasse industriali dismesse, il mito è il turismo e la sua economia patinata. Se per cent’anni Bagnoli doveva somigliare alla Brianza, oggi rincorriamo la Costa Azzurra.
Un sogno, quello odierno, che richiede di tornare indietro di un secolo e di ripristinare la verginità ecologica della zona. Perciò, niente digestore. Niente colmata. Anche la Città della Scienza, a rigore, dovrebbe andar giù.
Evitiamo le ubriacature ideologiche e proviamo a ragionare su come raggiungere un equilibrio urbanistico e ambientale accettabile. Nell’area metropolitana di Napoli – che si estende ben oltre i confini della città – vivono due milioni di persone, in uno spazio piccolo e quanto mai caotico. Questo spazio invece di aspirare a trasformarsi nel paese delle meraviglie, dovrebbe raggiungere standard di qualità della vita decenti, a cominciare dalla gestione di un ciclo dei rifiuti basato sulla differenziata e non sugli inceneritori.
Bagnoli è, e resterà, un quartiere di una grande città, non assumerà i tratti di un borgo marinari più o meno oleografico. Poiché pezzo di una grande città, Bagnoli deve avere case, servizi pubblici, strutture per il tempo libero e aree produttive orientate a settori non delocalizzabili: cultura, tecnologia, ambiente. In questo quadro, il digestore – a patto che si costruisca con onestà e intelligenza – quasi del tutto mancate in Campania sul tema rifiuti – non è una struttura incompatibile. Può invece rappresentare una concreta realizzazione dopo i tanti annunci che si sono succeduti in questi vent’anni che ci separano dalla dismissione dell’Italsider.
Procediamo per ordine e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Come funziona un digestore?
E’ preso detto, se abbiamo a disposizione del materiale organico di qualsiasi provenienza, lo mettiamo a contatto con dei microorganismi in assenza di ossigeno. In queste condizioni i microorganismi sono in grado di sviluppare i loro processi metabolici e quindi di digerire le sostanze organiche messe a loro disposizione. In termini ancor più semplici i nostri microrganismi si cibano delle sostanze organiche (nel nostro caso ‘monnezza’) per fornirci dei sottoprodotti molto interessanti: compost e metano. Le fasi sono semplici, dapprima il materiale organico è pretrattato eliminando eventuali residui di materiale non organico (metalli e plastica) e triturato fino a ottenere un’omogeneità granulometrica. Il materiale, immesso nel digestore, è poi metabolizzato dai batteri anaerobici. La maggior parte degli impianti è a flusso continuo in modo da mantenere costante il volume di materiale organico. La digestione richiede un tempo variabile dai 15 ai 30 giorni se si lavora con batteri mesofili a temperature comprese tra i 20 e i 45 °C, ma si può essere considerevolmente più veloci se si lavorasse con batteri termofili a temperature superiori ai 50 °C.
I prodotti della digestione sono essenzialmente tre: il biogas, il digestato acidogenico e quello metanogenico.
Il biogas è essenzialmente metano che può essere bruciato (tramite motore a scoppio o microturbina) per produrre energia elettrica da sfruttare per la cogenerazione (ovvero per riscaldare i digestori alla giusta temperatura) o da vendere alle compagnie di distribuzione nella rete elettrica. La combustione del biogas è assolutamente poco inquinate trattandosi di gas e non di oli combustibili.
Il digestato acidogenico è composto di lignina e cellulosa, somiglia molto al compost domestico e può essere utilizzato per produrre materiale edile.
Il digestato metanogenico può essere utilizzato come ottimo fertilizzante.
In conclusione, siamo dell’opinione che il progetto dell’amministrazione comunale debba procedere. Il digestore rappresenta un utile servizio per l’intera città. Inoltre la presenza di Città della Scienza e delle imprese ad alto contenuto tecnologico che essa ospita, compongono una sorta di distretto produttivo avanzato. In questo contesto il digestore occuperebbe un posto assolutamente coerente e favorevole ad un sviluppo industriale ecologicamente compatibile collegato al polo universitario scientifico che è localizzato nella stessa area.
D’altro canto quindici anni di gestione a dir poco discutibile della questione rifiuti nel nostro Comune ha eroso la fiducia della cittadinanza nei confronti delle istituzioni. Diventa quindi comprensibile la protesta di chi non crede più alle promesse da marinaio dei politici che si sono avvicendati alla guida della città. L’amministrazione di de Magistris deve quindi trovare gli strumenti per consentire un controllo democratico dello sviluppo del progetto. Il coinvolgimento dei cittadini è peraltro uno dei punti qualificanti di quest’amministrazione. Un semplice strumento come un’area dedicata del sito web del Comune potrebbe rendere trasparenti le fasi di realizzazione del progetto.
Aspettiamo quindi che il digestore sia realizzato con intelligenza e partecipazione democratica.

mercoledì 16 maggio 2012

Camorra: le occasioni perse dal sindaco di Bologna di I. Esposito



Ricevo e posto con condivisione quest'articolo di Ivan Esposito della sezione napoletana sulle farneticanti dichiarazioni di Merola e sull'ottima risposta di De Magistris...condivido soprattutto che le proteste contro Equitalia non devono degenerare in atti di violenza nè giustificare in alcun modo l'evasione e che non si capisce perché quelle di Napoli devono avere una connotazione maggiormente negativa rispetto a quelle simili che stanno avvenendo in tutt'Italia...
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Secondo il sindaco di Bologna, Virginio Merola, a Napoli “contro Equitalia sono scesi in piazza cittadini e camorra”
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris gli risponde: “Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli.
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Il Sindaco di Bologna, Virginio Merola, (foto: “La Repubblica”-Bologna)
Ora, senza fare del campanilismo permaloso, possiamo subito dire che la camorra prova a infilarsi in ogni rivolta o disagio sociale, con un duplice scopo. Il primo è quello di radicare il proprio consenso presso i portatori di bisogni. Il secondo è quello di indurre i decisori pubblici a misure e a politiche utili agli interessi camorristici.
Detto questo, non si capisce perché la protesta sociale napoletana debba esaurirsi in questo unico aspetto, della possibile, e comunque parziale, corruzione camorristica. Le dinamiche di Equitalia sono un problema in territori ben più ricchi, perché non dovrebbero esserlo a Napoli?
Merola però vuol dire – giustamente – non approfittiamo degli abusi di Equitalia per legittimare l’evasione. Legittimazione che in questi ultimi anni è arrivata da fonti istituzionali molto autorevoli e da contesti imprenditoriali molto attivi, ma entrambi ben lontani da Napoli.
D’altra parte l’efficienza di Equitalia – il fine che ne giustifica i discutibilissimi mezzi – è un mito. Ad esempio, gli oneri per le notifiche delle cartelle pazze – cioè emesse per tributi non dovuti o già pagati – rappresentano un incremento delle entrate per Equitalia e per lo Stato, ma non hanno niente a che vedere con un sistema equo e progressivo di tassazione che dovrebbe esistere in un Paese civile.
Il nostro Merola – diventato sindaco a seguito delle dimissioni del predecessore Delbono (PD), accusato di pagarsi le vacanze con la fidanzata coi soldi della Regione Emilia Romagna di cui era vice presidente – ha perso un occasione per dire qualcosa di non scontato su Equitalia.
Se poi il Nostro volesse, in omaggio magari al fatto di essere nato in Campania, occuparsi di lotta alla camorra, avrebbe un bel da fare sul suo territorio, senza avventarsi in proiezioni imprecise a centinaia di km di distanza. Potrebbe ad esempio sostenere esperienze giornalistiche come quelle di Giovanni Tizian. Potrebbe seguire l’appello che il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso, ha fatto anche ai Comuni dell’Emilia Romagna invitandoli a darsi una svegliata in tema di infiltrazioni camorristiche che taglieggiano l’economia della regione. Potrebbe soprattutto spiegare qualcosa di più su Hera la società partecipata del Comune di Bologna, rispondendo all’invito ufficiale che Giovanni Favia ha formalizzato in un ordine del giorno proposto al Consiglio comunale di Bologna e che riporto qui sotto:
Il Consiglio Comunale di Bologna
Premesso
Che HERA S.p.A è una “public utility” controllata, attraverso un patto di sindacato, da numerosi enti locali Emiliano Romagnoli tra cui il comune di Bologna


Che il Comune di Bologna è il maggiore azionista di Hera S.p.A. con una quota di azioni pari al 14,76 %
Che HERA S.p.A detiene il 100% di HERA COMM, la quale si occupa di vendita di gas ed energia elettrica
Che HERA COMM detiene il 50,01% di HERA COMM MEDITERRANEA la quale si occupa di produzione, acquisto, trasporto e vendita di energia.
Che il restante 49,99% di HERA COMM MEDITERRANEA è detenuto dalla società S.C.R. s.r.l. con capitale coperto da segreto fiduciario e scelta senza gara ad evidenza pubblica, in netto contrasto con le norme antimafia e del codice dei contratti pubblici
Che all’interno del C.d.A di HERA COMM MEDITERRANEA siede, come rappresentante della S.C.R. l’imprenditore Giovanni Cosentino
Considerato Che HERA SPA grazie ad HERA COMM MEDITERRANEA vede entrare all’interno delle sue casse decine di milioni di Euro.
Che HERA SPA si è dotata di un codice etico che le proibisce comportamenti opportunistici contrari dell’organizzazione o all’etica sociale
Che nel 1997 la prefettura di Caserta ha negato la certificazione antimafia alle società all’interno delle quali sedeva Giovanni Cosentino
Che la famiglia Cosentino è accusata da diversi pentiti di avere legami con la criminalità organizzata, specie con il clan dei Casalesi
Invita
Il Sindaco, di concerto con gli altri soci all’interno del patto di sindacato, ad adoperarsi affinchè persone delle quali non può essere garantita l’onestà e l’estraneità al mondo della camorra, non siedano all’interno di società partecipate dal comune di Bologna
firmato Giovanni Favia
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La risposta del Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, alla dichiarazione di Merola
“Manifestare insieme alla camorra non è abitudine delle cittadine e dei cittadini di Napoli. Mi auguro che il pensiero del sindaco di Bologna Merola sia stato travisato. Lo dico perchè il momento nazionale è già profondamente delicato ed il clima particolarmente esasperato. Sostengo, invece, la condanna che in queste ore si sta alzando verso ogni forma di violenza. Anche il sano conflitto sociale, che non va criminalizzato, deve sempre esercitarsi nell’orizzonte della democrazia e della non violenza”. Lo afferma in una nota il sindaco di Napoli Luigi de Magistris il 15 maggio 2012 (fonte: Ufficio Stampa del Consiglio Comunale di Napoli)

venerdì 11 maggio 2012

La nuova riforma del lavoro è già vecchia di Ivan Esposito



Ricevo e posto da Ivan Esposito della sezione di Napoli quest'interessante articolo sulla riforma del lavoro del governo Monti...
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Il Governo Monti presenta la sua riforma del lavoro come una di quelle fondamentali di cui il Paese ha bisogno, necessarie per fare dell’Italia un Paese moderno ed efficiente. In materia di innovazioni legislative sul lavoro, non si può certo dire che in Italia ci si annoi: ce n’è stata una nel 1997 (la Legge Treu) e una nel 2003 (la Legge Biagi). Tutte naturalmente storiche, improrogabili, risolutive. Tutte pensate da gente di sinistra e percepite come peggiorative delle condizioni dei lavoratori.
La riforma del Governo Monti si propone di intervenire sostanzialmente su tre fronti:
  • la tipologia dei contratti di lavoro,

  • la licenziabilità,

  • gli ammortizzatori sociali.

Il tema della licenziabilità – ovvero della modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori - è quello più dibattuto, nella declinazione italica di dibattere: coagulare fazioni l’un contro l’altra armate che oscurano quasi del tutto l’oggetto del contendere. Il Governo vuole limitare fortemente il ricorso giudiziario da parte del lavoratore, circoscrivendo la possibilità del reintegro sul posto di lavoro solo ai licenziamenti illegittimi di natura discriminatoria. Ricordateil film Philadelphia con Tom Hanks, dove il protagonista veniva licenziato in quanto malato di AIDS? Ecco, in un caso del genere l’articolo 18 non viene abolito, ma anzi ne viene riconfermata l’estensione anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Ma chi ha visto il film ricorderà anche che i cattivi della storia non sono stati così maldestri da dichiarare l’intento discriminatorio. Ci sarà sempre una giustificazione economica, una ragione organizzativa, insomma un “mi dispiace ma … ” da parte dell’impresa. E, di fronte a un licenziamento per ragioni economiche, anche se riconosciute dal giudice come illegittime, si potrà contare solo su un indennizzo. Sarà invece il giudice a scegliere tra indennizzo e reintegro in caso di licenziamento illegittimo con motivi disciplinari.
Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, il Governo vuole semplificare e risparmiare, creando un’assicurazione unica in luogo dei trattamenti di disoccupazione, mobilità e cassa integrazione attuali. L’intento semplificatorio è certamente condivisibile. La restrizione delle risorse finanziarie, che si aggiunge a mille altre misure analoghe, improntate cioè a far spendere meno allo Stato e a mettere in difficoltà le famiglie dei ceti sociali bassi e medi, è semplicemente suicida. Ma questa è un’altra storia.
Veniamo al disastro. Il Governo impone il contratto a tempo indeterminato come contratto dominante. Si tratta solo di propaganda, per il Governo e per il Sindacato. Prima di tutto perché, con le innovazioni in tema di licenziamento, il posto fisso – cioè quello a tempo indeterminato – non è più tale: l’imprenditore può cambiare l’organizzazione dell’impresa e licenziare, nella peggiore delle ipotesi a fronte di un indennizzo. Il secondo motivo per cui è criticabile questo aspetto della riforma è il fatto che l’appiattimento del lavoratore sulla figura del dipendente deprime ogni pratica di responsabilizzazione verso l’impresa. Va superata l’idea per cui al primo va lo stipendio e alla seconda gli utili, come se fossero due destini separati. Si possono invece sperimentare modalità per mettere in relazione i risultati dell’impresa con il reddito del lavoratore. Approfondiremo questo punto più avanti.
La critica di fondo che si può fare alla riforma del Governo, ed anche all’approccio del Sindacato, è che entrambe le parti interpretano lo sviluppo come produzione di cose. Più cose produciamo, più si crea lavoro. Più lavoro si crea, più è alto il reddito di cui dispongono i lavoratori per comprare le cose prodotte. Questo ciclo è finito. La battaglia da fare – se non come misura di emergenza – non è quella re-distributiva. E’ quella per un tempo liberato e una vita sostenibile, è quella per la felicità. Da questo punto di vista, i tre punti toccati dalla riforma del lavoro (contratti, licenziabilità, ammortizzatori sociali) possono vedere altre proposte.
Se i settori fondamentali di una nuova economia sono la cultura, l’agricoltura, la creatività, la tecnologia e l’ambiente, possiamo immaginare imprese piccole, elastiche, immateriali. In contesti del genere, un lavoratore non rimane legato all’impresa per via di un articolo di legge (sacrosanto in contesti industriali otto/novecenteschi) ma per la sua preparazione e i suoi apporti multipli, legati cioè all’investimento di suoi risparmi, alla conseguente partecipazione agli utili e al suo diritto alla trasparenza nella gestione. E’ un mondo partecipato e interconnesso quello che abbiamo davanti, con relazioni multiple e mobili, e allora perché non favorire questo processo anche nella vita economica? In questa ottica, in tema di contratti, le partite Iva (ovvero le collaborazioni da lavoro autonomo) e i contratti di associazione in partecipazione con apporto di lavoro non andavano combattuti, ma al contrario arricchiti.
Se lavoro per un’impresa, è naturale che il mio reddito dipenda dall’andamento di questa: scende in periodi di crisi, ma sale se, anche grazie a me, si raggiungono risultati positivi.
Se lavoro in un’impresa, limitatamente ai miei mezzi, dovrebbe essere possibile per me investirvi per finanziarla, a condizioni migliori di quelle che l’impresa stessa trova sul mercato dei capitali. Su questi aspetti il modello cooperativo e la legislazione di riferimento (L.142/2001, istituto dei ristorni, prestito sociale etc.) è più avanti e avrebbe potuto fornire una traccia davvero innovativa su cui lavorare.
Se lavoro in un’impresa e posso perdere il lavoro (è un fatto che siano migliaia i disoccupati di questi anni, vigente l’articolo 18), devo poter cambiare lavoro, nel senso di impararne un altro in tempi brevi e flessibili. Un bancario che diventa un cuoco, un’operaia che si propone come sarta, un docente precario che sceglie l’agricoltura … Sembra una barzelletta, invece dovrebbe essere uno dei primi diritti di cittadinanza e non solo il risultato straordinario di singoli coraggiosi.
Infine, se vivo svolgendo più lavori, magari con più imprese, ma come cittadino attivo e non col perenne rimpianto del “posto”, devo poter contare su un sistema fiscale e contributivo che stia dalla mia parte, e non più da quella delle corporazioni e dei mariuoli. Il regime dei minimi al 5% di Irpef, zero Iva, zero Irap è ottimo, sebbene appesantito da alcuni limiti all’accesso e alla durata.
Per i lavoratori autonomi, titolari di partita Iva ma non aderenti ad Ordini professionali, resta da riformare il fardello contributivo che invece si pensa di portare dal 28% attuale al 33% tra pochi anni. Confrontando il supporto assistenziale (aiuto fornito durante l’età lavorativa) e quello pensionistico futuro che l’INPS assicura a chi ha dai 40 anni in giù e appartiene a questa categoria, il prelievo del 33% rappresentata un vero e proprio furto sistematico e generalizzato.
Infine, gli ammortizzatori sociali.
In attesa di capire il funzionamento dell’assicurazione proposta dal Governo – che speriamo soprattutto rinsecchisca costi, procedure, uffici, luoghi di sottopotere delle parti sociali e proceda verso un salario minimo di cittadinanza – qualcuno dovrebbe chiedere a gran voce fondi di garanzia e contributi in conto capitale e in conto gestione per piccole imprese: una forma di micro-credito supportata dallo Stato.
Ricapitolando: la riforma del lavoro che nascerà dal gioco delle parti di governo, sindacato e grandi imprese incarna una visione desueta dell’economia e della società. Dobbiamo augurarci invece di lavorare meno e di lavorare meglio, di essere più felici potendo dedicare più tempo ai piaceri e agli affetti, non alla necessità di procurarci cose. Un mondo più felice vede sempre meno industrie e sempre più imprese legate alla cultura, all’ambiente, all’innovazione. In queste imprese non ci si rimane a lavorare per sempre, ma, fin tanto che ci si è dentro, si condividono lavoro, rischio e soddisfazioni. Si può immaginare di inventarsi un nuovo lavoro, magari come imprenditori di se stessi, grazie a curiosità che diventano abilità con percorsi formativi seri e tempestivi, con aiuti economici per partire e con un prelievo fiscale e contributivo compatibile.
Questo è il lavoro che vogliamo nel Paese che vogliamo, che un po’ somigli a felici esperienze del Mezzogiorno contadino, antiche eppure evidentemente all’avanguardia.

mercoledì 1 febbraio 2012

"Per un Welfare dello sviluppo" di Ivan Esposito


Ivan Esposito
di I. Esposito

La parabola del Welfare sembra suggerirci un assunto: la sicurezza sociale è una roba da ricchi. Le risorse di cui esso necessita possono essere trovate solo nell’ambito di un’economia strutturalmente salda e matura: solo in simili contesti il prelievo fiscale e contributivo può essere accettato a livelli utili e sostenibili.
Cosa ne è del Welfare in territori con una realtà economica strutturalmente lenta? In particolare, quale Welfare è pensabile per il Mezzogiorno, oltre i trasferimenti statali e comunitari, che peraltro vanno costantemente diminuendo? E’ pensabile un Welfare dello sviluppo? Strano a dirsi, ma dopo i disastri del liberismo in America Latina dei decenni passati, in Europa ancora si cerca di far ripartire la crescita contando sulla cancellazione di regolamentazioni sociali, sul lavoro ad esempio, e sull’abbassamento della pressione fiscale. In Italia, lo smantellamento del pur elefantiaco apparato delle partecipazioni statali, e del debito pubblico vissuto come integrazione al reddito e al risparmio delle famiglie, ha destrutturato la società italiana senza renderla più moderna, più reattiva, più giusta, ma solo più precaria.
Un Welfare per il Mezzogiorno può impugnare la bandiera delle liberalizzazioni, ma in un senso totalmente diverso da quello liberista. E può configurarsi come una politica di sviluppo, più che come una politica redistributiva. Il blocco sociale che ha frenato la crescita del Sud dell’Italia, perpetuando per secoli sofferenze sociali incredibili, è stato incentrato su una borghesia agraria improduttiva, riversatasi nella Pubblica Amministrazione e nelle professioni liberali. A questi signori – e al loro scellerato compromesso con la borghesia, i sindacati e la sinistra settentrionali – dobbiamo la conversione delle politiche di sviluppo del Sud – che pure avevano cominciato a sortire buoni effetti dopo la Seconda Guerra Mondiale – in foraggiamento di una spesa corrente inutile, nella tolleranza di sprechi di risorse pubbliche e d’illegalità piccole e grandi assurte al rango di ammortizzatori sociali.  
Il Welfare di sviluppo applicabile al Sud deve tendere a rompere il blocco sociale regressivo meridionale e a proporre un diverso patto federativo al resto dell’Italia e dell’Europa.

Per un welfare della libertà e dello sviluppo
Vediamo cosa si può fare e in quale prospettiva.
Trasformare il risparmio delle famiglie in linfa per le imprese del Sud:
- istituendo un’imposta sostitutiva non cumulabile sulla rendita finanziaria derivante da obbligazioni o partecipazioni emesse da imprese meridionali, identificate come quei soggetti economici aventi sia la sede legale, sia almeno il 75% dei dipendenti residenti nel Mezzogiorno. Parallelamente assicurare la totale deducibilità per le imprese degli interessi corrisposti.
Qualificare la formazione professionale e combattere l’economia sommersa:
-      istituendo prove d’arte e un sistema pubblico di riconoscimento dei crediti per competenze maturate senza contratto di lavoro;
-      consentire, alle famiglie e alle aziende con patrimonio inferiore al milione di euro, rapporti di lavoro, anche domestico, con la massima flessibilità sui compensi e sui tempi sul modello dell’associazione in partecipazione, con aliquota contributiva bassa o nulla ma con compensi trasferiti obbligatoriamente tramite passaggi finanziari tracciabili;
-      ridurre drasticamente il sostegno a forme di istruzione non professionalizzanti e a facoltà universitarie non scientifiche;
-      istituire fondi di garanzia per la nascita e il consolidamento di ditte individuali, microimprese, PMI.
Realizzare una fiscalità di vantaggio e riformare la previdenza:
-      generalizzare, per dipendenti e autonomi, un forfait IRPEF al 15% per redditi inferiori ai 50.000,00€ per tre anni, azzerando deduzioni e detrazioni fiscali e limitando le misure di sostegno al reddito alle sole persone impossibilitate al lavoro in modo permanente o temporaneo;
-      rendere minima la contribuzione obbligatoria per il lavoro autonomo o parasubordinato e, parallelamente, defiscalizzare notevolmente il risparmio dedicato ad investimenti produttivi nel Mezzogiorno attraverso una mini aliquota non cumulabile.
-      Abolire gli ordini professionali – segnatamente le tariffe minime e il divieto di pubblicità – sostituendoli con un esame di abilitazione alla professione inserito all’interno del sistema universitario.
Imporre politiche di responsabilità sociale alle imprese, a fronte di una proporzionale deducibilità fiscale, e con un’indicazione vincolante espressa dai Piani Sociali di Zona.
Liberalizzare, sul piano amministrativo, la nascita e l’esercizio di attività produttive e commerciali, anche on-line:
-      facilitando la prassi per le autorizzazioni relative alla salute, alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente e intensificando i controlli su questi aspetti;
-      sospendendo le agevolazioni per il settore della grande distribuzione organizzata;
-      prevedendo aliquote Imu agevolate per strutture ricettive diffuse e consorziate;

Di destra o di sinistra?
Questo programma scandalizzerebbe sia i liberisti, sia i progressisti. Ma qui non ci interessano le scatole politiche dai contorni sempre più sbiaditi, ci interessa piuttosto capire di cosa ha bisogno la nostra comunità ora. E ha bisogno di un cambio di prospettiva. Tradizionalmente, la realizzazione dei meridionali consisteva nel posto pubblico e in risparmi messi al sicuro, ovvero tutelati dal Tesoro. E quando questo non era possibile, ci si accontentava di sgraffignare qual cosina dal carrozzone pubblico: la pensione d’invalidità, i farmaci gratuiti, un sussidio di qualche genere.
Negli ultimi vent’anni questo sogno deleterio si è infranto, ed è emerso, sia pure non ancora in tutta la sua luce, un Mezzogiorno produttivo, innovatore e coraggioso, fatto di piccole imprese, di artigianato rivalutato, di qualità esportabili, d’innovazione tecnologica. E’ tempo di sostenere, tutti insieme, questo Mezzogiorno nuovo, sul piano fiscale, contributivo e amministrativo.
Si potrà chiedere: ma cosa c’entra tutto questo col Welfare? Il Welfare italiano è incentrato sulle pensioni, sulla sanità, su ammortizzatori sociali e garanzie che coprono chi è incluso nel sistema economico. La popolazione meridionale prende le briciole di questo sistema, ma in compenso partecipa, in misura più che proporzionale, alla fiscalità, alla contribuzione, alla formazione di risorse umane che emigrano, ad alimentare un mercato che la vede solo come consumatrice.
Il Sud deve permettere ai suoi campioni di crescere, lasciare più soldi in tasca ai suoi cittadini e lasciare che questi maturino e si auto-organizzino per soddisfare i loro bisogni su base locale. Al di là del disastro delle aree metropolitane, il Mezzogiorno è capace di ragionare, di costruire, di combattere. Saturi l’emorragia di risorse che porta acqua a banche, imprese e lavoratori settentrionali. Demolisca gli idoli dei funzionari, dei notai, dei farmacisti e dei paglietta: riscopra i contadini e gli artigiani, conosca i ricercatori e i tecnici. Impari che la famiglia e il paese sono sistemi economici, da promuovere e proteggere con sistemi moderni, come reti integrabili e non come disperati in conflitto.