Visualizzazione post con etichetta Nicola Salerno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nicola Salerno. Mostra tutti i post
giovedì 2 febbraio 2012
"Riflessioni sul senso dell’ Identità" di Nicola Salerno
Ricevo e posto quest'articolo dell'amico Nicola Salerno con interessanti e condivisibili riflessioni sul tema dell' "identità" tanto caro al Partito del Sud e suil legame tra questo, meridionalismo ed ambiente.....
----------------------------------------------------------------------
Questo contributo vuole essere uno stimolo alla riflessione sul senso dell’Identità. Una tale
riflessione sebbene generale, penso che assume un significato particolare per chi avverte un
sentimento di appartenenza per la terra natia e come tale anche per i meridionali, o almeno per
coloro che ancora si sentono tali nel senso di appartenere ad un popolo storicamente determinato.
In merito all’identità, per la sua natura polisemica, è difficile fornire una precisa e circoscritta
descrizione. In una estrema sintesi si può affermare che si tratta di un concetto che identifica allo
stesso tempo sia l’idea di uguaglianza che quella di differenza, in costante divenire e mai dato per
sempre. E’ un processo che ha ovviamente natura sociale risultando dall’interazione tra gli uomini
appartenenti ad un popolo.
Come si può facilmente intuire, l’identità è anche il risultato dell’interazione con l’ambiente, il
territorio, il paesaggio che plasma e viene plasmato dal popolo che lo abita.
L’articolo 5-Provvedimenti Generali della Convenzione Europea sul Paesaggio del 2010, a tal
proposito recita come segue:
“Ogni Parte si impegna a riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente
essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune
patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità;”
Riflettere sullo stretto legame tra identità e ambiente aiuta anche a cogliere il senso e il perché delle
nascenti sinergie tra movimenti identitari e movimenti ecologisti.
Anche se può apparire paradossale, il senso di appartenenza, inteso come legame profondo
per la terra natia, sembra non riscontrare molto appeal in questi tempi. Se si cerca (anche
provocatoriamente) di affrontare il tema identitario, alla meglio si viene etichettati come retrogradi,
conservatori, se non addirittura di essere reazionari.
A tal proposito è utile una riflessione di carattere del tutto generale circa l’attuale l’imperialismo
culturale che cerca di imporre il modernismo e lo sviluppo come valori universali e assoluti.
Senza entrare nel merito di chi (e perché) sta dietro la diffusione di tali modelli, l’esperienza e
una semplice riflessione possono svelare come lo sviluppo non sempre coincida con il progresso.
Allo stesso modo non tutto ciò che è moderno è anche necessariamente buono, come tutto ciò che
è antico non è necessariamente da abbandonare perché non più buono o semplicemente perché
superato.
Dal punto di vista politico l’argomento identitario, almeno nel contesto attuale italiano, a causa
della sovraesposizione mediatica della Lega Nord negli ultimi anni, viene comunemente e spesso
strumentalmente associato alla sua degenerazione nel leghismo.
Nell’area della destra sembra prevalere più il tentativo subdolamente opportunistico di captare
il consenso di quelle aree del movimento identitario più inclini al liberismo di facciata che ci ha
accompagnato negli ultimi anni.
In modo più raffinato, invece negli ambienti di una certa sinistra salottiera, la tipica reazione
rimanda a strutture sovrannazionali: ma come, stiamo cercando di costruire l’Europa e ancora stai
a parlare del Regno delle Due Sicilie! E via con l’assolutizzazione pseudo universalista: siamo
cittadini del mondo, apparteniamo alla polis universale, e cose del genere…
Asserzioni queste ultime che potrebbero essere definite come puramente intellettualistiche considerando il fatto che, tranne per brevissime parentesi lavorative o vacanziere, lastramaggioranza delle persone esperisce la quasi totalità della propria esistenza nei limiti del quartiere o del paesello.
E in ogni modo dovrebbe essere legittimo chiedersi se il sentirsi italiani, europei, cosmopoliti o
cittadini del mondo debba necessariamente essere in antitesi con il sentirsi Napoletano, Palermitano,
Catanzarese, meridionale. L’una cosa esclude realmente l’altra? Motivazioni storiche a parte, come
può nascere l’amore per il generale senza l’impegno per la cura del particolare? Posso amare me
stesso senza avere cura di non rompermi il collo, la testa o il braccio? E il generale non è anche
l’universo dei particolari?
Come conseguenza, l’amore per la propria terra e lo stesso senso dell’Identità viene represso o
dissimulato per timore di essere marginalizzati dal senso comune che impone la cieca obbedienza
all’ideologia pseudo universalista. L’imperialismo della cultura “global-universalista” impone
cinicamente il suo canone: indifferenza per il domestico in quanto associato alla sua degenerazione
nel municipalismo o nel leghismo e/o percepito come antitesi alla polis universale. Il risultato
è sotto gli occhi di tutti: devastazione dell’ambiente, degradazione estetica del paesaggio e del
tessuto urbano, esasperazione della competizione al di là della necessità attraverso l’esaltazione
dell’individualismo, degradazione della vita sociale.
Fermo restando la consapevolezza che dare istanza ad un tale sentimento potrebbe esporre anche
alla sua degenerazione nel razzismo. La lega Nord in Italia ne è un esempio reale che dovrebbe
essere da monito e mettere in guardia da tale potenziale pericolo.
E’ pensabile, nell’era della globalizzazione, dello sviluppo senza limiti, dell’assolutizzazione
pseudo universalista dare istanza e legittimazione al movimento identitario?
Può la riscoperta dell’ Identità mitigare e porre in qualche modo un argine alla globalizzazione
(intesa come interesse di poche multinazionali), e contribuire così realmente a migliorare la qualità
della vita? Può la riscoperta da parte dei meridionali della loro Identità di popolo (cancellata
dall’agiografia risorgimentale) contribuire concretamente ad una migliore qualità della vita dei
meridionali, e conseguentemente degli italiani, degli europei, …?
Nicola Salerno
venerdì 11 novembre 2011
La via meridiana che dissolverebbe la Lega Nord di N. Salerno

La via meridiana che dissolverebbe la Lega Nord
Penso che ogni paese sviluppato anelerebbe ad avere sovranità sul meridione d’Italia. Se non altro per la sua imparagonabile posizione geografica, di ponte tra i paesi del mediterraneo in via di democratizzazione e di sviluppo e il mondo occidentale.
Fa eccezione solo La Lega Nord che ha fatto dell’anti-meridionalismo la sua stessa ragione di esistere. E così, facendo del pregiudizio e dei discutibili stereotipi anti-meridionali la sua stessa linfa, è costretta a non riconoscere nello sviluppo del Sud le grandi opportunità economiche che si aprirebbero anche per la cosiddetta Padania grazie al rapporto privilegiato che le industrie del nord avrebbero rispetto alla concorrenza internazionale.
Sta qui a mio modesto avviso l’empasse politico che negli ultimi venti anni ha precluso ogni possibilità di sviluppo delle regioni meridionali. Per carità niente di nuovo. Solo il ripetersi della solita litania: il sud Borbone, il sud brigante, il sud malavitoso, il sud parassita, etc.. Insomma la moderna via leghista con la quale si perpetua lo status di colonia al quale è stato relegato il Sud dall’ unità ad oggi.
Per la lega lo sviluppo del Sud significherebbe l’estinzione, l’eutanasia politica? E infatti basta il solo anelito di una politica nuova (e si spera efficace) per Napoli ad intensificare i continui, ingiustificati e rozzi attacchi di Tele/Radio Padania al neo sindaco della città partenopea. Invettive spesso prive di ogni fondamento e che sono solo il tentativo squallido di procacciarsi ossigeno che a quanto pare, stando ai sondaggi più recenti, sembra iniziare a scarseggiare. Insomma se Napoli (e in generale il Sud) sale, la Lega si dissolve.
Permettetemi una breve digressione. In tutta onestà, da meridionale, mi chiedo, dopo aver appoggiato per anni un governo appeso al chiodo (anti meridionale) leghista, con i risultati fallimentari per il Sud che sono sotto gli occhi di tutti, come si possa nutrire speranza da certi esponenti politici. Come è vero che l’abito non fa il monaco, è assai improbabile che il solo indossare la veste (pseudo) meridionalista possa fornire a "Grande Sud" quello slancio e quelle capacità che per lustri non si sono palesate. E il dubbio che gli interessi non siano proprio quelli dei meridionali sembra essere legittimo considerando che mantengono, anzi mantenevano in vita un governo asfittico a trazione leghista.
Meraviglia poi come gli imprenditori del nord (non la finanza che ha ben altre mire) non si rendano conto di come lo spirito di autoconservazione della Lega Nord e purtroppo la diffusione del leghismo in genere (PD e PDL non ne sono immuni) sia, non la sola ovviamente, ma una delle principali cause interne della recessione verso la quale si stanno avviando.
Ed è veramente strano che non si rendano conto del fatto che gli stanziamenti a sostegno delle politiche di sviluppo per il Sud, se attuate con rettitudine (e qui sarebbe chiamata in causa anche una nuova e rinnovata classe dirigente meridionale), potrebbero essere, non delle mere spese e/o costi morti, ma al contrario buoni investimenti anche per il loro apparato industriale. Se lo facessero ne conseguirebbe un quadro politico completamente diverso. Si avrebbe una convergenza di obiettivi vincente da contrapporre alla municipalistica e perdente dualità (nord-sud) di interessi attualmente imposta dalla Lega di Bossi. Basterebbe guardare a quello che sono riusciti a fare i tedeschi dopo la caduta del muro.
Ma una tale visione richiederebbe, patriottismo a parte, un atteggiamento di apertura, coraggio e intraprendenza che sembra proprio non albergare dalle parti della cosiddetta Padania. Dove invece sembra prevalere l’opposto: chiusura, remissione, municipalismo endemico. In una sola parola, paura.
I Borbone, già nel 1817, avevano concepito una legge sull’immigrazione volta a favorire le eccellenze anche non indigene: chi poteva dimostrare di possedere risorse e/o buone idee volte al miglioramento della qualità della vita del Regno, poteva richiederne la cittadinanza. Con più di due secoli di anticipo, un po’ come è avvenuto e continua ad avvenire negli USA (e in generale in tutto il mondo) dove le università e i centri di ricerca sono sempre alla caccia delle menti migliori, indipendentemente dalla nazionalità. Anche questo atteggiamento di apertura è stato alla base dei primati raggiunti dal Regno delle Due Sicilie e per venire ai tempi nostri, alla base della supremazia tecnologica raggiunta dagli Stati Uniti, almeno fino ad oggi. Vi risulta che gli americani (nel bene e nel male) per questo si siano allontanati dalla loro propria autodeterminazione?
Esattamente all’opposto del federalismo folcloristico di Calderoli (l’ennesima porcata anti-meridionale) che sostiene che bisogna privilegiare nelle graduatorie i residenti magari anche a prescindere dal merito. A sostegno di tale discutibile posizione pone anche un assai dubbio interesse municipale affermando che le risorse prodotte dal territorio devono essere riservate in primis ai residenti di quel territorio. Costituzione italiana a parte, viene da chiedersi: ma destinare le risorse al merito non onorerebbe di più il lavoro di chi ha prodotto quelle risorse? In altri termini. se l’insegnante (indipendentemente dalla provenienza) è obiettivamente più bravo del collega residente, si fa un favore o un torto al futuro dei figli (anche) padani? E in ogni caso, il problema di trovare meccanismi selettivi che diano maggior peso al merito vi sembra si possa risolvere innalzando medievali muraglie padane?
E noi meridionali, cosa possiamo (ancora) offrire al nostro presente e al futuro dei nostri figli? Come fare tesoro del nostro straordinario recente passato, delle nostre illuminate tradizioni e dei nostri costumi? Non rincorrendo nostalgiche e velleitarie ri-proposizioni di un mondo che fu. Ma nel senso di raccogliere la sfida dell’attualizzazione dello spirito, del metodo, dell’apertura (senza sottomissione) verso il mondo, e in genere della concezione della vita che ha portato i nostri avi, in poco più di un secolo prima del 1860, a brillare tra le civiltà più avanzate della terra.
Mi viene in mente il motto vichiano, verum ipsum factum. Ovvero, come sosteneva Vico alla fine del ‘700, si può veramente conoscere solo ciò di cui si è facitori. E noi meridionali abbiamo smarrito la nostra via perché non conosciamo la nostra storia. E non la conosciamo perché i facitori di quella storia non siamo stati noi e tutt’ora non lo siamo. Da 150 anni ci fanno danzare una danza che non è la nostra danza con una musica che non è la nostra musica. E così ci hanno reso goffi, sgraziati e privi di orgoglio.
Ecco allora l’urgenza di ri-fare nostro il motto vichiano e ri-cominciare a danzare la nostra danza al ritmo della nostra vera musica. Perché solo così (forse) riusciremo a contrapporre una più coraggiosa e aperta via meridiana alla vile, municipale e fallimentare via leghista…
Nicola Salerno
mercoledì 28 settembre 2011
Energie rinnovabili, Meridionalismo e sottosviluppo - di N. Salerno

Gira la voce circa il fatto che il grande potenziale di fonti di energia rinnovabile di cui le regioni del mezzogiorno sembrano godere rappresenta il futuro del meridione. Siccome tale voce circola anche su siti e blog di alcuni partiti che si dicono meridionalisti, penso sia utile fare qualche riflessione in merito.
Non penso serva una laurea in economia per capire che avere a disposizione energia a buon mercato costituisce un vantaggio in termini di competitività. La domanda che invece ci si dovrebbe porre è se limitarsi a produrre solo energia sia sufficiente per far uscire un paese o una parte di esso dalla condizione di sottosviluppo e di conseguente disoccupazione.
Per intenderci, per molti anni paesi di milioni di persone (ad esempio i paesi arabi), pur essendo produttori di petrolio, non sono riusciti ad emanciparsi dallo sfruttamento e dal sottosviluppo. Solo in pochi si sono arricchiti, mentre il popolo emigra nei paesi importatori del loro stesso petrolio. Perché? Il motivo è molto semplice. Se non hai a disposizione un sistema produttivo capace di assorbire il petrolio estratto o gran parte di esso, tutto quello che puoi fare è venderlo agli altri paesi industrializzati. D’altro canto, non avendo un sistema produttivo proprio, devi importare tutti i beni dall’estero. In sintesi vendi materia prima grezza e importi merci e prodotti lavorati. Dovendo compensare il surplus del lavoro necessario per trasformare la materia prima in merci e beni ne consegue una bilancia commerciale sempre in negativo.
Per rimanere nel nostro paese, possiamo guardare alla Basilicata. La Lucania fornisce il 10% del fabbisogno nazionale di petrolio, ma, a parte qualche decimale in più sul PIL, continua a navigare nelle acque del sottosviluppo (come attestano sia la Banda D’Italia che l’ultimo rapporto Svimez) senza mostrare segni distintivi di crescita rispetto alle altre regioni meridionali.
Tra l’altro concentrare le risorse solo sulla generazione di energia, porterebbe ad una crescita dell’offerta e al conseguente abbassamento dei prezzi a tutto svantaggio delle stesse regioni meridionali. Va bene quindi investire sulle energie rinnovabili, purché le politiche di sviluppo non si limitano solo a questo settore.
Senza una crescita armonica e sistemica di un apparato produttivo e dei servizi, di un opportuno sistema creditizio mirato alle esigenze del meridione, un qualche meccanismo di “accompagnamento” al mercato delle novelle industrie ed imprese, la realizzazione delle infrastrutture e investimenti in ricerca e sviluppo, non si creeranno mai le condizioni per invertire la tendenza e impedire che nei prossimi anni il sud subisca una ennesima amputazione demografica.
Sebbene la riflessione possa apparire semplice e quasi banale, essa può, a mio modesto avviso, ben servire da metro per misurare la bontà delle politiche che verranno messe in atto (sempre se ciò avverrà) sia dai governi nazionali che da quelli regionali. Con lo stesso metro si potrà altresì misurare la credibilità dei partiti e/o dei politici. Soprattutto potrà aiutare a capire chi realmente ha a cuore il destino del meridione e discernere così l’erba buona da quella cattiva, ovvero il meridionalismo buono dal meridionalismo cattivo.
A titolo di esempio, si potrà discernere tra chi si limita a sbandierare l’illusione delle energia rinnovabile quale unico atto salvifico del meridione senza adoperarsi in altro.
E chi viceversa, insieme allo sviluppo delle fonte rinnovabili, si prodiga da un lato a creare le condizioni reali di sviluppo, pretendendo dallo stato progetti e finanziamenti (circa 61 miliardi di euro secondo lo Svimez) e dall’altro ad evitare che realtà aziendali già esistenti (vedi Alenia Aeronautica, Termini Imerese, …) non subiscano la stessa sorte toccata a Pietrarsa, Mongiana, San Leucio, Cantieristica navale, Cirio, etc.,
Nicola Salerno
sabato 25 giugno 2011
Il meridionalismo leghista di Cazzullo - di N.Salerno
Il 15 giugno 2011 sul Corriere A. Cazzullo critica le dichiarazioni di De Laurentis e il meridionalismo. Il seguente contributo vuole chiarire alcuni aspetti concernenti il tentativo di apostrofare come negativo e dannoso il vento del sud che inizia a quanto pare a farsi sentire.
Malgrado TV e giornali nazionali, troppo impegnati dal Bunga Bunga, e negli ultimi giorni dall’ampolla di Pontida, non se ne accorgono, una rivoluzione silenziosa sta avvenendo a Sud all’ombra appunto dell’indifferenza dei nostri media. Sempre pronti quando si tratta di confermare l’immagine negativa e prevenuta del meridione, ma completamente impreparati di fronte a quanto c’è di buono dal Garigliano in giù.
Quando poi, tranne rarissime occasioni se ne occupano, a guidarli è l’ ignoranza (quanto vera o presunta non lo sappiamo) sul tema e/o la loro miopia frutto del pregiudizio. Non è di certo l’attitudine di chi vuole veramente capire, ma l’atteggiamento di chi cerca e vede solo ciò che conferma la loro visione già formata e pregiudiziale appunto. Cazzullo tra l’altro scrive:
“È il mito di un immaginario regno felice, che aveva la prima ferrovia d' Italia (per quanto la Napoli-Portici fosse lunga una manciata di chilometri) e più oro degli altri Stati preunitari messi insieme (il che è vero, ma non era l' oro del popolo o anche solo dello Stato, ma del re; che infatti non lo spendeva, e non a caso mancavano strade e scuole).”
Penso sia sufficiente come prova della grossolana superficialità e anche irresponsabilità con cui vengono affrontati questi temi.
Per quanto riguarda le ferrovie, solo per fare un esempio, quando il Piemonte iniziò con i debiti a costruirle, comprava le locomotive a Napoli. Segno che, data anche la solidità delle finanze, i Borbone potevano, ma probabilmente scelsero scientemente di ritardarne la costruzione. Ricordiamo che la folta marina mercantile oltre ad asservire il floridi commerci con il resto del mondo, garantiva i collegamenti via mare all’interno del regno. La presenza del mare e di una flotta così consistente rendeva meno ansioso l’avvio della costruzione di ferrovie e strade.
Per la questione dell’oro, se fosse come dice Cazzullo, non ci sarebbe stato bisogno di imporre la legge sul corso forzoso e una tassazione esosa sul macinato oltre ad altre gabelle. Sarebbe bastato allo scopo Garibaldi con i suoi fantastici mille che come è noto si impadronivano della cassa di ogni nuovo stato annesso (si fa per dire) al nuovo regno. Inoltre viste le condizioni in cui vessava il popolo nel resto degli stati pre-unitari, ma anche in Francia e Inghilterra, se anche la ricchezza non era propriamente distribuita, non si può certo sostenere che tale stato di cose fosse peculiare del Regno delle Due Sicilie. Ricordo anche che nell’ Italia disunita di oggi, come rilevato da uno studio della Banca d’Italia (non da fanatici neo borbonici), più del 45% della ricchezza complessiva nel 2009 risultava nelle mani del 10% delle famiglie italiane.
D'altronde siamo d’accordo con Cazzullo e con quanti come lui criticano quel meridionalismo che è solo rancorosa e strumentale reazione alla Lega Nord e che, appunto, potrebbe definirsi Lega Sud. Da questo meridionalismo credo si dovrebbe essere guardinghi. Anche se bisogna sempre aspettare di valutare i fatti, a giudicare dalle mani che ne tengono le fila c’è poco di cui essere fiduciosi.
Il fatto è, ahimè, che noi umilmente leggiamo Cazzullo, ma lui sembra proprio non volerne sapere di informarsi. Se lo facesse capirebbe che oltre a quella che definisce Lega Sud (espressa dai noti gattopardi e ascari dei potentati del nord), esiste anche un meridionalismo altro che non si confà alla sua immagine preconcetta e che è espressione di un qualcosa di più profondo e autentico. E’, si potrebbe dire, l’espressione della consapevolezza di un popolo che sta prendendo coscienza del suo stato di sottomissione e si prepara a mettere in atto la sola azione pacifica che può scaturire da una tale consapevolezza: liberazione.
Se si prendesse il disturbo di approfondire, il caro Cazzullo scoprirebbe con sua sorpresa che viene sempre puntualmente apostrofato come negativo il tentativo di mettere sullo stesso piano, non sappiamo se subdolamente, il Meridionalismo e la Lega Nord. In genere lo scimmiottare e l’imitazione attengono alla mediocrità e il vero Meridionalismo è cosa seria e non mediocre. Solo per citare il più prossimo dei meridionalisti da cui trae ispirazione, già 40 anni orsono Nicola Zitara aveva le idee abbastanza chiare in merito. I vari Cazzullo, tra un libro di retorica risorgimentale e l ‘altro, dovrebbero prendersi la briga di conoscerne il pensiero. Allora forse capirebbero che le rivendicazioni meridionaliste e le accuse al nord non sono quello che loro vorrebbero far credere, e cioè l’altra faccia della medaglia degli insulti ai meridionali da parte dei leghisti. Troppo semplice e comodo.
Capirebbero anche che, semmai, a minare l’unità di questa Italia disunita è proprio questo falso cortocircuito, che si vorrebbe far passare come verità; è’ il non voler andare oltre il dualismo Lega Nord - Lega Sud; è l’ostinazione di chi troppo innamorato della retorica risorgimentale, non riesce o non ha interesse a metterla in discussione anche solo come esercizio, come ipotesi di lavoro per provare a capire; è il pensare che i meridionali non vedono nell’unità d’ Italia (non quella attuale, ma quella vera che deve ancora venire) un vantaggio per tutti.
Con questo non si intende che la politica colonial-leghista non vada combattuta. Quello che deve essere chiaro è che le rivendicazioni del meridionalismo (serio non quello a cui si riferisce Cazzullo) rimarrebbero legittime a prescindere dall’esistenza della Lega Nord. Rimarrebbero valide perché le vere cause del sottosviluppo meridionale non vanno cercate negli ultimi 20 anni. Vanno cercate in prossimità del risorgimento e nei decenni a seguire. Non solo la Lega Nord, ma tutta la politica italiana degli ultimi anni si è limitata e si limita solo a perpetuarne gli effetti.
Altro che Lega Sud e secessione, l’universo meridionalista serio rivendica non elemosina, ma rispetto e parità di condizioni. Rivendica l’avvento, si potrebbe dire, di un nuovo Risorgimento, anzi del vero Risorgimento. Rivendica la nascita di una nuova Italia, anzi della vera Italia. Un’ Italia che sia anche per i meridionali, non fatta solo sulla pelle dei meridionali. Un’Italia in cui anche ai meridionali venga data concretamente la possibilità di prendersi carico del proprio destino.
E’ questo meridionalismo che i vari Cazzullo dovrebbero avere l’umiltà di iniziare a conoscere, a esaminare da vicino. Capirebbero forse che sono loro a non voler guardare in faccia la realtà e non i meridionali che quella realtà la vivono ogni giorno e di cui adesso stanno iniziando a comprenderne anche la genesi. Capirebbero anche che, mentre è vero che la Lega Nord usa i meridionali come alibi per le loro proprie inefficienze, per i meridionali seri comprendere le cause del sottosviluppo non significa addossare ad altri le responsabilità per non farsene carico. La soluzione di un problema parte dall’analisi, e quanto più è accurata la diagnosi tanto più è alta la probabilità di riuscire a risolverlo. E se le responsabilità del sottosviluppo meridionale sono anche e soprattutto di una politica a trazione nord-centrica che ha amministrato il meridione a mo di colonia, questo non lo si può tacere solo per non far storcere il naso a Cazzullo. E chi lo denuncia non lo fa per scaricare sugli altri le proprie responsabilità che pure ci sono e vanno capite, lo fa perché se quelle cause non vengono ben comprese, sarà difficile rimuoverle e sarà difficile per il meridione riprendersi dal suo stato di sottosviluppo. I milioni di meridionali che hanno preso e che ancora oggi prendono la via dell’emigrazione sono la prova più limpida dello spirito intraprendente e non parassitario dei meridionali. Ma bisogna anche volerla vedere.
Un antico saggio sosteneva che ci sono tre cose che veramente misurano la statura di un uomo: la prima è saper aspettare (i meridionali aspettano da 150 anni); la seconda è saper pensare; la terza è ammettere di aver torto (ai meridionali glielo hanno fatto credere per 150 anni). Sulle prime due ci riserviamo il beneficio del dubbio, sulla terza forse stiamo chiedendo un po’ troppo ai nostri cari Cazzullo e mi verrebbe da dirvi: non ragioniam di lor, ma guarda e passa…
Nicola Salerno
Link articolo Cazzullo:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/giugno/15/Sud_Laurentiis_Regno_Felice_Illusorio_co_9_110615045.shtml
sabato 11 giugno 2011
"Referendum sull’acqua: la demagogia del Corriere" di Nicola Salerno
L’editoriale apparso sul sito de "Il Corriere della Sera" in data 09/06/2011 svela con chiarezza gli interessi di chi sta dietro al Corriere. Interessi che ovviamente non sono allineati con gli interessi della collettività e tanto meno con quelli dei meridionali.
L’editoriale mira ha far prevalere l’opinione che sui due referendum sull’acqua sarebbe saggio votare no.
Per sostenere la sua tesi, l’editorialista fa leva su due punti:
1. costi esorbitanti per garantire a tutti i cittadini il diritto all’acqua
2. alcuni tecnicismi del decreto per cui è chiesta la consultazione.
Relativamente al primo punto penso le cose vadano viste nel loro complesso.
Per esempio è noto che in alcune aree del paese le perdite arrivano addirittura al 50%. Un piano per ammodernare la rete non si autofinanzierebbe (almeno in parte) con la conseguente riduzione delle perdite della rete stessa?
Per quanto riguarda il secondo punto penso che lo spirito del referendum dovrebbe essere quello di fornire una linea guida al governo e non di risolvere semplici tecnicismi legislativi. Per tale attività paghiamo profumatamente i nostri rappresentanti (data la legge elettorale, non rappresentativi).
La questione penso si dovrebbe porre invece più semplicemente nel seguente modo: da un lato l’idea liberista che vede nella gestione pubblica il demonio e vorrebbe mettere nelle mani delle multinazionali la gestione dell’acqua; dall’altra l’idea che l’acqua e la sua gestione non sono alienabili e devono rimanere fuori dai giochi economici e finanziari. Io penso che il 12 e il 13 i cittadini sono chiamati a decidere tra queste due idee.
Un editoriale che vuol definirsi tale quindi dovrebbe argomentare con onestà intellettuale su questo piano. Lasciando al lettore il compito di decidere. Un editoriale che invece prende parte su basi puramente tecnico a due giorni dal referendum non è un editoriale ma un modo per fare terrorismo.
Approfitto anche per fare alcune riflessioni circa le dichiarazioni della Marcegaglia. La quale sempre sul Corriere ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Con una vittoria dei sì ai referendum sull'acqua torneremmo indietro di 20 anni su quel poco che abbiamo fatto in materia di liberalizzazioni e di servizi pubblici locali. Inoltre ci sarebbe una minore possibilità di crescita per il Paese e di creazione di posti di lavoro". È l'opinione del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
Perché non lo va a dire ai francesi che dopo 25 anni sono ritornati ad una gestione pubblica? E poi che significa che se vince il si, si ritorna indietro di 20 anni? Quali sono i vantaggi per i cittadini italiani derivanti dalle privatizzazioni avvenute in Italia negli ultimi 20 anni? Vogliamo prendere ad esempio le ferrovie? La privatizzazione ha portato ad un sistema ferroviario elitario che ha sacrificato gli investimenti nell’intero mezzogiorno, ha dimenticato lo sviluppo di un sistema integrato al livello regionale, solo per costruire l’alta velocità per una minoranza. La Marcegaglia. è chiaro, si riferisce forse ai benefici derivanti dalle privatizzazioni goduti dagli industriali che lei rappresenta e non ai benefici della collettività.
Per quanto riguarda i posti di lavoro, personalmente ritengo la dichiarazione è priva di ogni fondamento logico. Un piano serio dello stato per garantire un servizio accettabile a tutti i cittadini creerebbe non meno posti di lavoro di quanto ne creerebbe una gestione privata. Perché mai dovrebbe essere il contrario se il lavoro da fare è lo stesso?
Nicola Salerno
L’editoriale mira ha far prevalere l’opinione che sui due referendum sull’acqua sarebbe saggio votare no.
Per sostenere la sua tesi, l’editorialista fa leva su due punti:
1. costi esorbitanti per garantire a tutti i cittadini il diritto all’acqua
2. alcuni tecnicismi del decreto per cui è chiesta la consultazione.
Relativamente al primo punto penso le cose vadano viste nel loro complesso.
Per esempio è noto che in alcune aree del paese le perdite arrivano addirittura al 50%. Un piano per ammodernare la rete non si autofinanzierebbe (almeno in parte) con la conseguente riduzione delle perdite della rete stessa?
Per quanto riguarda il secondo punto penso che lo spirito del referendum dovrebbe essere quello di fornire una linea guida al governo e non di risolvere semplici tecnicismi legislativi. Per tale attività paghiamo profumatamente i nostri rappresentanti (data la legge elettorale, non rappresentativi).
La questione penso si dovrebbe porre invece più semplicemente nel seguente modo: da un lato l’idea liberista che vede nella gestione pubblica il demonio e vorrebbe mettere nelle mani delle multinazionali la gestione dell’acqua; dall’altra l’idea che l’acqua e la sua gestione non sono alienabili e devono rimanere fuori dai giochi economici e finanziari. Io penso che il 12 e il 13 i cittadini sono chiamati a decidere tra queste due idee.
Un editoriale che vuol definirsi tale quindi dovrebbe argomentare con onestà intellettuale su questo piano. Lasciando al lettore il compito di decidere. Un editoriale che invece prende parte su basi puramente tecnico a due giorni dal referendum non è un editoriale ma un modo per fare terrorismo.
Approfitto anche per fare alcune riflessioni circa le dichiarazioni della Marcegaglia. La quale sempre sul Corriere ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Con una vittoria dei sì ai referendum sull'acqua torneremmo indietro di 20 anni su quel poco che abbiamo fatto in materia di liberalizzazioni e di servizi pubblici locali. Inoltre ci sarebbe una minore possibilità di crescita per il Paese e di creazione di posti di lavoro". È l'opinione del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
Perché non lo va a dire ai francesi che dopo 25 anni sono ritornati ad una gestione pubblica? E poi che significa che se vince il si, si ritorna indietro di 20 anni? Quali sono i vantaggi per i cittadini italiani derivanti dalle privatizzazioni avvenute in Italia negli ultimi 20 anni? Vogliamo prendere ad esempio le ferrovie? La privatizzazione ha portato ad un sistema ferroviario elitario che ha sacrificato gli investimenti nell’intero mezzogiorno, ha dimenticato lo sviluppo di un sistema integrato al livello regionale, solo per costruire l’alta velocità per una minoranza. La Marcegaglia. è chiaro, si riferisce forse ai benefici derivanti dalle privatizzazioni goduti dagli industriali che lei rappresenta e non ai benefici della collettività.
Per quanto riguarda i posti di lavoro, personalmente ritengo la dichiarazione è priva di ogni fondamento logico. Un piano serio dello stato per garantire un servizio accettabile a tutti i cittadini creerebbe non meno posti di lavoro di quanto ne creerebbe una gestione privata. Perché mai dovrebbe essere il contrario se il lavoro da fare è lo stesso?
Nicola Salerno
Iscriviti a:
Post (Atom)