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martedì 30 luglio 2013

Dal blog "Controstorie" di Gigi Di Fiore sul Mattino online...La strage del viadotto

di Gigi Di Fiore

La strage del viadotto e le bare allineate in una palestra, come a San Giuliano di Puglia

 C'è sempre una palestra, nel dolore. Bare allineate. Tutte uguali e tutte diverse. Fiori, mamme, padri, fratelli, sorelle che si chiedono perché. Le tragedie, certe tragedie, posseggono un rito che si ripete. Il rito del dolore, del pianto, delle mille domande senza risposta.

La tragedia sull'autostrada A16, sul maledetto viadotto nel vallone di Acqualonga. Come la tragedia per il terremoto di quel 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia: 27 bambini e una loro maestra morti per il crollo della scuola elementare del paese. Me le ricordo quelle piccole bare tutte bianche, mi ricordo quella palestra surreale. La morte allineava vite e speranze differenti. Le mamme invocavano un nome, si aggrappavano alla fede in mancanza di altro. C'era compostezza in quelle lacrime. C'era stupore. Chi poteva fare qualcosa, perché, come è successo? Le eterne risposte che incombono su una morte improvvisa.

Era l'angoscia che raccontò nel 1947 anche Dino Buzzati, in un articolo senza uguali sul Corriere della sera. Il 16 luglio di quell'anno, nel mare di Albenga era naufragata una motonave con una comitiva in gita scolastica. Morirono 44 bambini e 4 accompagnatrici. Bare allineate, lenzuola bianche. Il rituale dei volti sgomenti. "Ad Albenga si era concentrato tutto il dolore del mondo", scrisse Buzzati.

Quello stesso dolore si è concentrato oggi a Pozzuoli. L'Italia è in lutto, le tragedie collettive invocano spiegazioni, responsabilità: 38 morti pesano su quella strada maledetta in discesa.

Con il presidente Ciampi, nel giorno dei funerali a San Giuliano piangemmo tutti. Ascoltammo il lamento delle mamme, le richieste di giustizia. Non riuscimmo ad esercitare cinismo, a governare l'emozione che ci prese. Persino l'indimenticabile Peppe D'Avanzo, scorza dura di cronista mai abbastanza rimpianto, lacrimava.

E' duro raccontare il dolore, ma è dura la ripetitività di queste tragedie. Segnate da bare in fila, palestre in grado di raccoglierle, folla attonita.
Perché, ci si chiede anche ora, come è potuto accadere? Certe domande non sempre trovano risposte. E il dolore di una perdita cara, troppe volte, deve bastare a se stesso.

mercoledì 19 giugno 2013

Un esauriente articolo di Gigi Di Fiore sul suo Blog Controstorie de "Il Mattino" riguardo il 1799...

Ricevo e posto questo bell'articolo del nostro amico Gigi Di Fiore sul 1799, sulla Repubblica Partenopea e sulla reazione popolare sanfedista, contro gli eccessi e le storture della Repubblica partenopea voluta dai francesi e lontana dal popolo napoletano di quel periodo,  ma equilibrato e lontano dagli accenti "vandeani" di un certo meridionalismo reazionario...




di Gigi Di Fiore


Il 1799 e le polemiche sul web

Impazza in rete il dibattito su un libro, che ancora una volta racconta dell'avanzata dei sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799. E' la ripetuta narrazione delle violenze sulle popolazioni giacobine nel Molise. Nulla di nuovo, nessun documento sensazionale. Solo un replay, peraltro fuori anniversari dopo l'orgia di pubblicazioni, soprattutto su Eleonora Pimentel Fonseca, che ci travolse nel 1999, anno del bicentenario.
In rete, impazzano le valutazioni sulla Repubblica partenopea, che fu voluta dai francesi e protetta per i sei suoi mesi di vita dalle armi del generale Championnet. Su quelle vicende, pesa molto l'eredità e la lettura che ne fece Benedetto Croce. Il filosofo e storico, che partecipò anche alla fattura del famoso albo pubblicato in occasione del centenario nel 1899, considerò i patrioti della Repubblica, messi a morte dopo il ritorno a Napoli dei Borbone, gli antesignani del Risorgimento. Nel cercare una premessa meridionale all'unificazione, Croce si aggrappò al 1799 che avrebbe anticipato gli ideali unitari.
Peccato che testimoni dell'epoca, come Pietro Colletta e Vincenzo Cuoco, certamente non schierati ciecamente con i Borbone, raccontarono le contraddizioni, le caratteristiche "passive" di una rivoluzione che non fu rivoluzione, ma elitaria occupazione di potere in nome degli ideali francesi. 
Chi era quel popolo che i patrioti volevano emancipare, senza conoscerlo? Erano lazzari e gente povera che, per ben due giorni, si fecero massacrare dai cannoni francesi. Il generale Championnet non riuscì ad entrare agevolmente a Napoli, come gli avevano assicurato. Fu costretto a combattere: i lazzari difendevano la loro città, il loro re, i riferimenti ideali cui si rifacevano. Alla fine, fu lo stesso Championnet a lodarne il coraggio.
I martiri del '99 sono il condensato della nostra retorica storica, ma anche l'appiglio della cultura laica, contrapposta a quello che si definisce oscurantismo condito da ignoranza popolare. Fin quando la polemica è su questo piano, il dibattito non può che essere fertile. E' l'eterno discorrere sulla presenza e influenza nella città della Napoli plebea, su cui anche la Ortese ha lasciato pagine memorabili.
Poi, però, ci sono le manipolazioni storiche. Come le vicende della congiura dei fratelli Baccher, la fuga codarda dei Borbone (come se anche i Savoia, in quegli anni, non siano fuggiti in Sardegna all'arrivo dei francesi), le stragi dell'armata sanfedista. Quella di Ruffo fu una scommessa, partita con pochi suoi contadini e poi arrivata ad 80mila uomini. Tra questi, poche decine di albanesi, che vivevano già stabilmente in Calabria e non erano di certo mercenari stranieri.
Certo, l'avanzata non fu cammino da educande. Le violenze e le uccisioni furono la regola. Ma i sanguinari non si trovavano certo da una parte sola. Sanfedisti e giacobini si comportarono con la stessa spietatezza, con la stessa cecità. Gennaro De Crescenzo pubblicò anni fa un testo: "L'altro 1799: i fatti". In appendice, decine di documenti di sentenze giacobine di morte nei confronti di fedeli dei Borbone. A Mercogliano, Caserta, Ceglie, Carbonara, Bacoli, Benevento, Briano, Nola, Pomigliano, Pagani, tanto per citare qualche località, i giacobini, coperti dalle armi francesi, furono sanguinari e non certo teneri con i fedeli dei Borbone. Il popolo.
E allora, cos'è la storia? Narrazione di vicende, interpretazione di avvenimenti sulla base di sensibilità nuove e documenti. Senza dimenticare il contesto in cui i fatti si svolsero. E quello del 1799 era un contesto storico che, nonostante la Rivoluzione francese di dieci anni prima, era ancora dominato da sovrani di monarchie assolute. Dopo 15 anni, anche Napoleone fu sconfitto da quelle monarchie in armi. E l'Inghilterra, che tanto influenzò l'unità d'Italia, era contro i francesi in appoggio ai Borbone meridionali. Tanto che fu Nelson a volere, contro il parere di Ferdinando IV, l'uccisione dei patrioti che si erano arresi.
Ma tant'è. Non si tratta di rivalutare nessun passato, né dinastie superate. Si tratta solo di raccontare che le guerre travolgono tutti, la violenza non è mai da una parte sola. Se poi, oggi, si vuole affermare che la cultura laica, intesa come apertura e dialettica del confronto, è da preferire all'oscurantismo e all'assolutismo delle convinzioni (qualunque esse siano), non si può che essere d'accordo. Ma questo è altro discorso, su cui la lettura della storia, intesa come difesa di posizioni di potere, c'entra poco. 

lunedì 22 aprile 2013

La Toponomastica, Il Partito del Sud e Andrea Balìa nella rubrica di Gigi Di Fiore su "Il Mattino"


Gigi Di Fiore cita, nella sua rubrica Controstorie su "Il Mattino", il Partito del Sud e Andrea Balìa per il suo nuovo incarico nella Commissione Toponomastica conferitogli da Luigi de Magistris...



Mattino logo

di Gigi Di Fiore

Lungomare Liberato e via Caracciolo: vecchie e nuove scelte toponomastiche a Napoli


Intervistato dal Tg3 Campania, il sindaco Luigi De Magistris continuava a chiamare "Lungomare liberato" quella che, invece, correttamente l'intervistatrice Marialaura Massa definiva via Caracciolo. Futile questione di nomi, pura lana caprina, si dirà.

Eppure, la toponomastica in tutte le città non è materia irrilevante. Oltre a fare da bussole d'orientamento per spostarsi da un punto all'altro di qualsiasi luogo, i nomi di strade, piazze, corsi e vicoli dovrebbero testimoniare identità, radici, cultura, senso di appartenenza di una comunità.

Da pochi giorni, e la notizia è passata quasi in sordina, c'è un nuovo presidente della commissione toponomastica comunale: Andrea Balia, riferimento napoletano del Partito del sud che, tra le formazioni di " neo meridionalismo", ha appoggiato dalla prima ora De Magistris in campagna elettorale.

Non si sa, per ora, quali saranno gli interventi innovativi della commissione. Se muteranno alcuni nomi di strade e piazze, se ne verranno introdotti di nuovi. Il sindaco, senza attendere un provvedimento della commissione, ha già attuato la sua rivoluzione su via Caracciolo, anche nominativa. Dietro la denominazione nuova c'è un'idea culturale? Non si sa ancora. Dopo il 25 aprile, giornata di celebrazione della Liberazione, il lungomare resterà ancora "Liberato" per De Magistris, o tornerà al suo nome, formalmente corretto, di via Caracciolo?

Via Roma e via Toledo, Largo di Palazzo e Piazza Plebiscito, Corso Maria Teresa e Corso Vittorio Emanuele, piazza Aurelio Padovani e piazza Santa Maria degli Angeli: sono solo alcuni esempi, presi da epoche storiche diverse, di mutamenti di nomi in alcuni luoghi cittadini. Prevale il momento storico, la scelta politica. E' stato sempre così, i nomi racchiudono storie, la topografia è interpretazione identitaria-politica. 

C'è da chiedersi, ad esempio, cosa c'entrino i titoli di film poetici (Miracolo a Milano, Il posto delle fragole, Misteri di Parigi) per denominare alcune strade di Scampia, teatro di vicende sanguinose. Quale genio della toponomastica ha voluto unire bellezza e dolore? Aspettiamo gli orientamenti e le scelte della commissione dal nuovo presidente. Meglio decisioni formali che stravolgimenti striscianti. Insomma, per ora, viva via Caracciolo! 

Gigi Di Fiore


giovedì 14 febbraio 2013

"Gaeta 152 anni fa, la fine delle Due Sicilie e le 2 rievocazioni di associazioni e storici" di Gigi Di Fiore




Dal blog di Gigi Di Fiore su Il Mattino online, un bell'articolo su Gaeta e sull'importanza della memoria....

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E' un luogo simbolico per la storia del Mezzogiorno. Ogni anno, a Gaeta, si riuniscono associazioni e cultori di storia, a ricordare che, in quella città (oggi nel Lazio, ma 152 anni nel regno delle Due Sicilie), la storia secolare del Sud autonomo divenne storia d'Italia.

L'assedio di Gaeta, tre mesi con oltre mille morti in divisa e centinaia di civili massacrati dalle bombe. Italiani contro italiani, due eserciti regolari contrapposti: quello piemontese del re Vittorio Emanuele II e quello delle Due Sicilie del re Francesco II cugino del primo. Oltre 55mila granate furono scaricate sulla piazzaforte, che rispose con 35250 colpi. Dodicimila irriducibili in divisa pensarono che il loro giuramento fosse a Francesco II di Borbone e che la loro vera patria fosse quella delle sei regioni peninsulari del sud più la Sicilia. Contro di loro, ad assediarli, trentamila militari dell'esercito ancora sardo-piemontese.

Alle 18,30 del 13 febbraio del 1861, fu firmata la capitolazione. Solo tre ore prima le ultime bombe piemontesi distrussero una batteria di cannoni a Gaeta, la Transilvania, uccidendo centinaia tra militari e civili. Morì anche un giovane alfiere diciassettenne, Carlo Giordano, uno di quegli adolescenti allievi della Nunziatella che abbandonarono la scuola militare di Pizzofalcone a Napoli per correre a difendere la loro patria. 

Storia e storie, quelle che si ricordano nel 22esimo Convegno nazionale a Gaeta, che comincerà domani e finirà domenica. Anche quest'anno, i convegni, in polemica tra loro, sono due. Il secondo si terrà il mese prossimo e conterrà, come sempre, una riflessione sull'attuale condizione del Mezzogiorno. Tante sigle insieme o divise, compresi quei famosi neoborbonici che videro tra i fondatori di 20 anni fa anche Riccardo Pazzaglia. O l'Associazione degli ex allievi della Nunziatella. Ci sarà anche Pino Aprile.

Nostalgie, revanchismo, ansie separatiste? C'è chi lo pensa, ironizzando. Ma la maggioranza dei partecipanti ai convegni annuali è invece a Gaeta, spinta solo dalla voglia di ricordare la storia poco raccontata del Sud e riflettere sull'attuale realtà del Mezzogiorno. Non è una bestemmia, la memoria: a Gettysburg, ogni anni gente in divisa grigia ricorda con gente in divisa blu la carneficina della guerra civile americana. Musei confederati affiancano musei unionisti. L'America fa sempre i conti con la sua storia, quella da esaltare e quella da nascondere, come dimostrano le riletture degli eccidi dei pellerossa o delle stragi in Vietnam.

Da noi, la storia nazionale fa paura ancora, divide. Eppure, si dovrebbe capire che, dalla conoscenza dei differenti percorsi storici delle varie aree del Paese, si possono ritrovare ancora le ragioni per stare insieme. Al nord, al centro e al sud. Non conoscere, ignorare, divide. Su Gaeta e la regina Maria Sofia scrissero Proust, D'Annunzio, Croce, Ferdinando Russo. A Gaeta, ogni anno il 14 febbraio arrivano sempre in tanti per ricordare. E non c'è da meravigliarsi, se nel Sud è ormai aumentata la voglia di conoscere la vera storia dell'unità d'Italia.

lunedì 11 febbraio 2013

Le elezioni, gli astensionisti, Giannini e quel discorso nei giorni di Carnevale di G. Di Fiore



Un articolo interessante da parte dell'amico Gigi Di Fiore sulla classica e storica apatia politica italiana che raramente propone qualcosa di nuovo ma critica tutto e tutti pescando a piene mani nella demagogia, una storia che ha radici antiche...
Gigi Di Fiore oltre ad essere un giornalista del Mattino esperto di cronaca sulla Camorra, è uno scrittore meridionalista di gran spessore con alcuni libri come "Controstorie dell'unità d'Italia" o "la Storia dei Vinti" o "Gli ultimi fuochi di Gaeta" 
che sono oramai un classico nella bibblioteca di ogni meridionalista, ha aperto da poco un interessante blog personale dal titolo "Controstorie" su "Il Mattino" edizione online...

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Sì, ho ascoltato anch'io il discorso che indigna tutti i politici presi da promesse, polemiche e partecipazioni televisive della campagna elettorale. Ormai, quel discorso lo ascolta e ripete di continuo una maggioranza silenziosa, temuta da tutti gli schieramenti politici: i non votanti, perché non si sentono rappresentati da alcuna lista.

C’è chi dice che saranno loro i vincitori dal responso delle urne che diserteranno. Di che discorso parlo? Ma come, non lo conoscete? E’ quello più applaudito in piazza e riempito di centinaia di “mi piace” su tutti i social network. E va be', ve ne riporto una parte:

“Non ci rompete più le scatole! Noi vogliamo vivere tranquilli: vogliamo andare a teatro, uscire la sera, andare in vacanza, fumare, ordinarci un vestito nuovo, salire in autobus, non fare la guerra, salutare chi ci pare, non salutare chi non ci pare…

Per questo, che ci importa dei vari uomini politici di professione, più o meno personalmente onesti e tutti ugualmente parassitari?..

Quello che chiediamo, noi maggioranza della società civile e dello Stato, è che nessuno ci rompa più i coglioni. Nient’altro. E’ tragico che, tra i tanti politici di professione che si proclamano interpreti della volontà popolare, nessuno dica, con parole chiare e precise, questa verità: basta con la rottura di coglioni…

Un Paese che non è costretto ad occuparsi del suo governo è un Paese felice, lasciando che i cittadini godano della massima libertà civile. Lo Stato etico, il governo più morale di altri, che pretende d’insegnare a pensare al cittadino quello che deve ritenere morale, giusto, bene, viola la libertà del cittadino…Fra Stato-padre e cittadino-figlio lo Stato non pensa che al suo interesse”.

Mamma mia! Che scarso senso politico e poco impegno civile! Ma chi è? Tranquilli, non è un candidato delle imminenti elezioni. Non è neanche un incubo, o uno scherzo di questi giorni di Carnevale. E già, perchè, ci crederete? Queste parole hanno 68 anni.

Sono di Guglielmo Giannini, inserite nel suo testo: “La folla”. Sì, proprio quel Giannini di Pozzuoli, commediografo, giornalista, scrittore, che fondò il movimento dell’Uomo qualunque. All’Assemblea costituente, nel 1946, si fece partito e ottenne 30 deputati. E pensare che oggi c’è chi s'indigna, se avverte disinteresse e nausea per la politica. Attenti, in Italia non si inventa mai nulla. Purtroppo, si è tutto già visto. E c’è poco da ridere, purtroppo.